ZoneModa Journal. Vol. 7 (2017)
ISSN 2611-0563

Istantanee di una fotografa inevitabile

Marcia VenezianiUniversidad de Palermo, Buenos Aires (Argentina)

Pubblicato: 2017-12-29

Keyword: Photography; Dance; Art

Paola Gallarato è una italiana nata nella città di Torino. Poliedrica ed eclettica è caduta con una capriola a Buenos Aires. Conquistata dalla danza africana si spostò a New York dove ha vissuto per diversi anni finché, folgorata dal tango, atterrò a Buenos Aires. Per la Gallarato – o Paola Evelina, come le piace firmarsi – la sua professione di fotografa fu inevitabile, come il suo amore per Buenos Aires.

D. - Perché descrivi la tua professione con l’aggettivo inevitabile? E perché a Buenos Aires?

R. - Inevitabile perché non ho mai avuto l’occasione di pianificarlo, pensarlo, ponderarlo… la fotografia mi è caduta in braccio trasformandosi in un linguaggio col quale ho cominciato ad esprimermi poco a poco.

Un giorno un’amica dimentica una reflex nel mio armadio, la prendo in mano, la spolvero e me la porto in viaggio verso il Nord-Ovest argentino in una Wolkswagen Gol rossa chiamata el rojito che mi porta fino a Iruya, al confine con la Bolivia, attraversando chilometri e chilometri di sterrato, deserti, quebradas, valli lussureggianti, altezze vertiginose, cactus in fiore, lama, gauchos eccetera… Quale migliore occasione per iniziare a scattare?

E fu così che sono tornata con una quantità scandalosa di file, ubriaca per il viaggio e per aver vissuto la mia prima esperienza di registro visivo.

D. - Hai vinto il primo premio del Maratón Fotográfico di Buenos Aires: mi racconti questa esperienza?

R. - Maratón Fotográfico – nome molto appropriato – è un concorso porteño dove 600 persone si spargono per la città e in 12 ore devono associare una immagine a ciascuna delle 22 parole/frasi che vengono consegnate in un carnet alla partenza.

La esperienza ti lascia sconvolta ed esausta, però ti regala anche una bellissima sensazione di gioco libero, di piacere di costruire ponti poetici tra immagini e concetti, di giocare con le inquadrature cercando doppi sensi, metafore e individuando ironie nelle cose apparentemente casuali.

Insomma, ho scoperto che la macchina fotografica è un mezzo che mi permette esplorare il mondo costruendo significati sempre nuovi.

D. - Come hai connesso la fotografia alla danza?

R. - Sono stata legata al teatro tutta la vita, all’inizio con la danza e le arti preformistiche e più tardi con la scenografia, la regia e la messa in scena. Quando ho iniziato a fotografare spettacoli di danza la sinergia tra la composizione dell’inquadratura sviluppata con l’architettura (sono docente in 3 facoltà di design e architettura) e la percezione intuitiva del movimento hanno generato un cocktail esplosivo e inseparabile.

Da più di cinque anni continuo con questa avventura nella quale apprendo ad ogni scatto, ad ogni occasione e sfida di dare un volto a ogni progetto, di raccontare una storia, una energia, un momento di espressione.

Infatti ciò che mi coinvolge è proprio questo: quanto più un artista si espone, tanto dal punto di vista de la performance quanto da quello della creazione scenica, tanto più in profondità posso invadere l’istante e più contundente sarà l’immagine che ne risulta.

La mia esperienza fotografica non si limita all’inquadratura, ancor meno al pianificare uno scatto: non voglio mai conoscere uno spettacolo prima di fotografarlo, così come non so in anticipo quale sarà la mia ubicazione e assai di rado mi sposto durante la funzione… la diversità delle mie immagini deriva dal mio teleobiettivo (amo penetrare fin all’osso) e dalla mia connessione viscerale con l’azione, Cartier Bresson lo chiama il momento decisivo.

Un mio maestro una volta disse che non si disegna ciò che si conosce, si disegna per conoscere… allo stesso modo non si fotografa ciò che già è noto, si fotografa per conoscerlo.

D. - Quel momento decisivo del quale parla Bresson si percepisce chiaramente nelle tue istantanee, in particolare nelle foto di danza. Infatti la prima cosa che salta agli occhi è la forza della danza stessa. Che cosa succede dopo, durante la postproduzione, quando ti trovi a scrutinare tutto il materiale?

R. - Si, è così, il momento decisivo è solamente la parte iniziale dell’immagine, la postproduzione è l’altro 50%, quando torni a casa, ti servi un bicchiere di vino e cominci ad aprire gli scatti in crudo come se fossero pacchetti… e poco a poco cominci a svilupparli, così come si usava un tempo con lo sviluppo analogico.

È il momento in cui lo scatto prende vita, una vita nuova, reinventata, fantastica, metaforica, trascendente… si aggiusta la quantità di luce, si modificano i colori, il contrasto micro, il grano, la rugosità, come se fosse una tela dipinta.

Foto-grafia significa scrivere con la luce: nella post-produzione succede esattamente questo, come se fossimo pittori pennelliamo i toni, le ombre, enfatizzando ciò che è essenziale, opacando ciò che è secondario.

Così si ha la sensazione di impossessarsi dell’immagine e con essa anche di quell’istante in cui tutto quello che si stava osservando stava accadendo davvero.

Nelle mie foto do la priorità al movimento, all’azione, alla spontaneità e alla genuinità.

D. - Sei partita dal tango, poi flamenco e poi danza contemporanea di rottura e sperimentale. Com’è stata la transizione? Hai dovuto attraversare le varie discipline con il corpo?

R. - È una buona domanda… mantengo viva la sensazione della danza nel corpo quando scatto… mi dicono sempre “che buon occhio!”, però trovo che in realtà non è tanto l’occhio ad attivarsi, piuttosto tutti gli altri sensi, è una esperienza sinestesica, dove tutte le fibre entrano in azione. Lo scatto parte da un impulso che ubico più nella zona del ventre, specialmente quando la musica è una presenza importante: nel flamenco, come nel tango, la musica è la struttura portante di qualsiasi movimento.

Oggi prediligo i lavori di molti coreografi, ballerini e autori contemporanei, dei quali Buenos Aires è specialmente ricca. In particolare una immensa fonte d’ispirazione sono i lavori di Pablo Rotemberg, che è stato a Bologna da qualche mese con “La Wagner”, opera conflittuale e di un enorme peso artistico e concettuale.

Mi piace pensare nella fotografia come un mezzo spoglio di fronzoli e abbellimenti innecessari e allo stesso modo vado a caccia di scatti che rappresentino naturalezza e slancio: come un segugio cerco e annuso dove si stira quel momento di tensione, quando i muscoli sono sospesi tra una spinta e un atterraggio…

Galleria

Figura 1
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Figura 2
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Figura 3
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Figura 4
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Figura 5
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Figura 6
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