ZoneModa Journal. Vol.16 n.1 (2026), 151–152
ISSN 2611-0563

Vestire a matita. Il disegno della moda dagli anni Settanta a oggi, Mimesis, 2026

Chiara TessariolUniversità di Bologna (Italy)

Ricevuto: 2026-05-05 – Pubblicato: 2026-08-04

Quale statuto attribuire al disegno di moda all’interno del processo creativo che conduce dall’intuizione dello stilista alla materializzazione dell’abito? In che misura il figurino, a lungo considerato una semplice forma di illustrazione, può invece essere interpretato come uno strumento progettuale capace di orientare le logiche della creazione vestimentaria? E ancora, secondo quale prospettiva critica è possibile rileggere il passaggio che, nel corso della seconda metà del Novecento, conduce dalla dimensione artigianale dell’haute couture alla strutturazione industriale del prêt-à-porter, ridefinendo al contempo il ruolo del disegno nella pratica della moda? Sono alcune delle questioni in cui ci si imbatte nelle pagine del volume Vestire a matita di Valentina Rossi, che si inserisce con arguzia nel dibattito contemporaneo dei fashion studies, proponendo una riflessione approfondita su un oggetto raramente indagato nella sua complessità: il figurino di moda.

Se la tradizione storiografica ha privilegiato lo studio dell’illustrazione legata alle riviste e agli atelier dell’alta moda, l’autrice orienta invece l’attenzione verso il disegno come dispositivo progettuale, soffermandosi, nello specifico, sul suo ruolo nel sistema del prêt-à-porter. A partire da una tradizione di studi che ha progressivamente contribuito a legittimare la moda come oggetto storico-artistico – e che trova in Arturo Carlo Quintavalle uno snodo fondamentale – e dai contributi più specificamente rivolti all’illustrazione e al figurino, tra cui quelli di Gloria Bianchino, il volume si colloca nel solco di una linea di ricerca che, negli ultimi decenni, ha condotto al riconoscimento della moda come ambito disciplinare autonomo. Rispetto a questa tradizione, tuttavia, Rossi introduce uno scarto metodologico significativo che, senza negare la dimensione illustrativa del disegno, ne ridefinisce la portata interpretativa, esaminandolo come momento preliminare (ed imprescindibile) del processo creativo dell’abito, vale a dire, come lo spazio in cui l’idea prende forma. Il primo capitolo assume, così, un ruolo tutt’altro che introduttivo, funzionando da soglia critica attraverso cui il figurino viene sottratto alla sua apparente innocenza. La ricostruzione considera, tra gli altri luoghi, atelier e riviste, lasciando emergere il rapporto sottile tra l’immagine ed il progetto. Ne risulta un disegno che, almeno in una prima fase, appartiene più alla sfera della rappresentazione che a quella della costruzione, in cui i figurini delle maison mostrano un’eleganza codificata del corpo femminile. Questi figurini sono concepiti per “stimolare una trasformazione successiva” (Rossi, 32), che avviene nella fase successiva della realizzazione sartoriale, piuttosto che come schema rigido da seguire.

Nelle pagine successive si fa strada un lento dislocamento, come se il disegno, progressivamente, fosse chiamato a rispondere a esigenze che eccedono la sola dimensione dell’immagine. Il figurino, che fino a quel momento sembrava bastare a sé stesso come immagine compiuta, inizia a perdere questa autosufficienza, come se qualcosa interno al sistema moda, prima ancora che al disegno, ne mettesse in discussione la tenuta.

L’analisi del figurino, ora inserito nel confronto con le pratiche del design e con le logiche della produzione, acquisisce nuova profondità. Il disegno smette definitivamente di essere un oggetto isolabile per diventare parte di una costellazione più ampia di saperi e competenze, in cui intervengono diversi processi industriali. Rossi costruisce qui un campo problematico nel quale il figurino si lascia leggere come “uno spazio di progettazione aperto” (Rossi, p. 70), non insistendo mai, dunque, su una definizione univoca di esso, ma considerandolo come osservatorio privilegiato attraverso cui interrogare le relazioni proprie del sistema moda. In questo senso, alcune formulazioni dell’autrice risultano particolarmente incisive, soprattutto quando il disegno viene concepito come lo spazio in cui l’abito prende forma prima ancora della sua realizzazione, aprendo a una concezione processuale, e non meramente formale, della creazione vestimentaria. Da ciò scaturisce una riflessione sullo statuto della moda come disciplina, che si configura come conseguenza naturale del discorso. Non sorprende, del resto, che il volume entri in dialogo, anche in modo implicito, con una tradizione di studi volta a legittimare la moda come campo autonomo, senza tuttavia rinunciare a una prospettiva critica.

In conclusione – e in linea con l’impostazione complessiva del testo – il volume lascia volutamente aperte molte delle questioni inizialmente sollevate, affrontandole con intelligenza e rigoroso spirito critico. Rossi preferisce infatti guidare il lettore attraverso un percorso in cui il figurino si manifesta costantemente come oggetto tanto teorico quanto pratico, che riesce ad interrogare le dinamiche interne del sistema moda, prediligendo così un terreno di riflessione fertile. Ed è proprio questa prospettiva d’indagine critica che non rinuncia alla dimensione estetica e visiva dell’immagine ciò che rende Vestire a matita particolarmente prezioso. Il volume non si limita a colmare una lacuna negli studi sul figurino, combinando rigore accademico e leggibilità; esso offre un contributo significativo a chiunque voglia approfondire le pratiche progettuali della moda e le loro implicazioni culturali, storiche e industriali, trasformando quello che potrebbe apparire come un oggetto di nicchia in uno strumento di analisi di ampio respiro.