ZoneModa Journal. Vol.12 n.2 (2022)
ISSN 2611-0563

Sulla loro pelle. Per un vestirsi “da animali” contro il vestirsi “di animali”, dalla rappresentazione alla performance

Laura BudriesiUniversità di Bologna (Italy)

She is currently Adjunct professor in Performing Arts at the Department of the Arts of the University of Bologna and at the Department of PRO.GE.AS, University of Firenze. Her work is especially focused on the intersection of theater and anthropology, and it’s particularly directed at the performative aspects of rituals; Another research topic is animality on the contemporary scene and in the history of theatre and performance, in the framework of Animal Performance Studies. Among her books: Michel Leiris. Il teatro della possessione (Bologna: Pàtron Editore, 2017); Bologna come teatro nel Qauttrocento. Feste per nozze (Bologna: Odoya, 2020); Animal Performance Studies (Torino: Accademia University Press, soon to be published).

Pubblicato: 2022-12-20

Abstract

This paper will focus on the contrast between dressing “like animals” versus wearing animals”, that is, between the dimension of animal exploitation for clothing and, on the contrary, the vision of non-human beings as teachers capable of indicating new dimensions and new contents or capable of transforming us in the deep. The inspiring role of animals is read following the zooanthropological perspective — developed in Italy by Roberto Marchesini — and the political point of view of the Critical Animal Studies. With respect to animal exploitation in fashion, a historical introduction is outlined on the birth of antispeciesist struggles against skins and furs, from the American PETA to the Italian LAV and Essere Animali. Then will follow a brief examination of materials of animal origin, from crocodile skins to wool and related investigations and reports of abuse by animal rights associations. The opposite polarities of exploitation and the epiphanic role of non-humans are exemplified by the articulation of images in fashion and by the zoomimetic performances of anti-speciesists with particular reference to the use of animal costumes in demonstrations.

Keywords: Animal Exploitation; Antispeciesism; Animal-Fur; Performance; Zooanthropology.

A mo’ di premessa

…bovini, vitelli, bufali, agnelli, pecore, capre, cervi, canguri, serpenti, alligatori, alci, cammelli, cavalli, muli, asini, maiali, gatti, cani, uccelli, rane, anguille, salmoni, squali, trichechi e delfini1…di questi animali e di molti altri ancora oggi ci serviamo per pelli e pellicce… L’altro-animale è spesso ridotto ad altro-da-consumare, trasfigurato in merce, in strumento. Tutto sta nella preposizione da con cui etichettiamo gli altri animali, condannati al mero valore d’uso, “da” carne, “da” latte, “da” uova e, per quanto concerne l’ambito della moda, “da” pelliccia, da “pelle”.2 “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali, indossiamo le mucche?”, recita il titolo provocatorio del saggio di Melanie Joy.3 Non abbiamo problemi a rispondere al primo interrogativo: se quasi tutti gli umani sostengono di amare gli animali, in realtà quelli a cui si riferiscono si riducono quasi sempre ai cani e ai gatti, i cosiddetti pets. Questo almeno nel mondo occidentale. Altrove le cose si complicano. Se si pensa, ad esempio, alle pellicce di cane e di gatto fabbricate in Cina — “il peggior segreto dell’industria della pellicceria”4 — che in alcuni grandi magazzini italiani arrivavano direttamente come inserti d’abiti derivati da quella mattanza. Oggi la pratica è illegale.5
Più complicato diventa rispondere alle altre due domande, ovvero perché, ad esempio, è lecito sterminare un miliardo e mezzo di maiali mentre uccidere un cane è un oltraggio? Perché le mucche sono spinte a produrre quattro volte oltre il loro limite naturale e sono strappate dai vitelli che sono alimentati a latte artificiale per poi diventare la materia “preferita” per le nostre scarpe, per alcuni capi di abbigliamento e accessori?
La psicologa sociale Joy legge la dissociazione cognitiva di cui siamo vittime nei confronti di alcune specie (ovvero la nostra cultura decide cosa sia lecito trasformare in stivali o bistecche) come un’ideologia nascosta, il carnismo. Questo, al pari del patriarcato e come molti sistemi di credenze, per radicarsi e persistere, deve occultare i propri meccanismi profondi. Ad esempio, rispondere alla reificazione degli animali e alla loro trasformazione in inerti materie prime conduce a una spiegazione tautologica che trova apparente giustificazione nell’asserzione che le cose stanno così e sono sempre state così. L’ideologia del carnismo è organizzata sulla sistematica violenza, questione che vale particolarmente per la macellazione (da cui deriva la maggioranza delle pelli), per l’industria di pelli esotiche e per quella delle pellicce, per le quali gli animali sono allevati in condizioni aberranti sfruttando manodopera a basso costo e scontano le consuete delocalizzazioni dei grandi marchi.6

Introduzione

In questo contributo si intende analizzare lo sfruttamento e la rappresentazione (falsata) dei non umani nella pubblicità di moda, il “vestirsi di animali” — vista l’ineguagliabile pervasività della cultura visiva prodotta dalla e nella moda — e, sul fronte opposto, “il vestirsi da animali”, ovvero le performance zoomimetiche che vanno dallo sciamanesimo alle manifestazioni politiche degli antispecisti. Per unificare questi fenomeni, apparentemente distanti, ci si avvale della teoria della performance, sulla linea dello studioso statunitense Richard Schechner che inserisce la performance in un broad spectrum approach. Approccio in cui si inseriscono alcuni fenomeni sociali e attività non strettamente artistiche, né precisamente teatrali, nelle quali è presente una forte componente di “performatività”.7
Occuparsi degli animali in rapporto all’industria globale della moda implica una necessaria introduzione storica sulla nascita della lotte contro lo sfruttamento degli animali per le pellicce e per l’abbigliamento in generale, a opera di movimenti antispecisti: dalla statunitense PETA alle italiane LAV e EssereAnimali; inoltre riporterò in questo contributo una breve disamina dei metodi più cruenti per ottenere alcuni materiali di origine animale e le relative denunce delle associazioni stesse.

Rispetto al rapporto tra gli animali e la moda, andando oltre l’uso zootecnico, strumentale, degli stessi, si intende far riferimento al valore epifanico dei non umani: l’altro di specie, da sempre profondo ispiratore della moda a livello transculturale, può essere interpretato come un maestro capace di indicare nuove dimensioni e nuovi contenuti o capace di trasformarci nel profondo. Il ruolo ispiratore dei non umani viene qui letto seguendo la prospettiva zooantropologica avviata in Italia da Roberto Marchesini8 e il punto di vista politico dei Critical Animal Studies (CAS) che considerano le forme di oppressione sui non umani profondamente interconnesse. Un esempio lampante riguarda il fatto che il successo economico dei macelli e dei caseifici è profondamente dipendente dalla vendita della pelletteria.9 Allo stesso modo sono profondamente connesse le forme di sfruttamento di umani e non umani a causa delle logiche neoliberiste del mercato.10
Gli studi interdisciplinari (e indisciplinati) che sono parte della galassia dei Critical Animal Studies abbracciano un vasto territorio culturale che collega la riflessione teorica alle pratiche, assumendo la questione e la condizione animale come prioritaria e posizionandosi in una dimensione di assoluta interdisciplinarietà e in un’ottica liberazionista.11 In questa cornice epistemologica si situa anche il posizionamento di chi scrive. Da un punto di vista antropologico la mia partecipazione alle lotte antispeciste si nutre di un sapere di campo, di una osservazione partecipante che potrei meglio definire come partecipazione osservante.12 Inoltre attraverso una ricerca di e dentro l’attivismo stesso — per quanto concerne le forme performative di dissenso nonché la storia stessa dei movimenti e delle investigazioni — si vorrebbe anche scongiurare quello che Steve Best,13 attivista e docente, ritiene sia il pericolo che l’approccio accademico “addomestichi” il potenziale esplosivo delle conoscenze critiche. Best dichiara che l’importanza e la diffusione dell’animal turn nel pensiero contemporaneo e la conseguentemente diffusione nelle università di corsi dedicati al tema14sia positiva e negativa al tempo stesso:

Per quanto essi rappresentino una forza potenziale di chiarificazione e di progressivo cambiamento degli atteggiamenti pubblici e delle politiche verso gli animali non umani, i suoi fautori accademici possono proporli solo entro gli stretti vincoli istituzionali e i regimi intensivi di normalizzazione che spesso richiedono conformismo, “neutralità”, imparzialità distaccata e un attivismo entro limiti ritenuti accettabili. La crescita, l'accettazione e il successo degli Animal Studies nello sterilizzato ambiente accademico, in altre parole, richiede normalmente che il professore-ricercatore si ammorbidisca, che l’antispecismo venga svuotato delle sue implicazioni sovversive e che si attenui la sfida al dualismo uomo/animale che rafforza la tirannia violenta degli esseri umani sugli altri animali.15

Non separare la ricerca dalla pratica dell’attivismo risulta quindi dirimente per non imprigionare la questione animale in una gabbia teorica fine a sé stessa.

“Vestirsi di animali”: realtà e rappresentazione

Gli animali non umani reificati e trasformati nei silenti prodotti della moda, sono spesso pelle a pelle con noi, in un cappotto, in un paio di scarpe o nella nostra cintura, ma per un “buon” ritorno commerciale l’industria globale della moda prevede un taglio netto con il lato oscuro e mortifero delle sue origini, ovvero i cruenti modi della produzione. La reificazione dei non umani e la conseguente trasformazione di un essere vivente in un mero materiale implicano la sofferenza e la morte dell’animale : visoni e volpi gassati vivi, coccodrilli fatti letteralmente scoppiare, oche spennate vive fino a lacerarne la pelle,16 il pelo strappato con violenza ai conigli per ottenere l’angora,17 la tosatura delle pecore anch’essa dolorosa con conseguenze a volte mortali,18 il massacro dei canguri per le loro morbide pelli sono solo le più comuni pratiche che definiscono le violenza insita nella trasformazione degli animali in meri prodotti, in risorse da sfruttare.
La spoliazione dei corpi, prevede parallelamente un assoggettamento simbolico che ha a che fare innanzitutto con la rappresentazione dei non umani per la pubblicità della moda. Come nella vetrina di un macellaio troviamo spesso allegri cartoon di mucche o maiali, come fossero lì per concederci il permesso di consumarli, così nella pubblicità della moda, per controbilanciare le decine di animali morti che compongono una pelliccia,19 emerge un’ inquietante costante: accostare un animale vivo — nella forma di un tenero cucciolo di gatto, di un elegante levriero, di un esotico leopardo — a quelli morti che sono parte dei capi d’abbigliamento indossati dalle modelle nelle stesse immagini. Lo stridente contrasto tra queste due dimensioni alimenta il processo di dissociazione cognitiva di cui si occupa Melanie Joy.20 Questa strategia è ripresa da Joshua Katcher, designer animal-friendly,21 nel saggio Fashion Animals,22 attraverso una vastissima ricognizione iconografica che riguarda la rappresentazione degli animali nella pubblicistica di moda dall’inizio del Novecento ai giorni nostri. In queste immagini, sia di grafica sia fotografiche, si nota come la compresenza di animali vivi con quelli morti sia quasi una costante e non sia mutata per nulla nell’ultimo secolo e mezzo. Come sostiene Katcher colmare il divario tra realtà e rappresentazione è uno dei compiti che la moda critica potrebbe assolvere;23 al momento le pubblicazioni in questa direzione sono davvero esigue oltre al già ricordato Per un vestire gentile. Moda e liberazione animale,24 segnalo il contributo di Sorenson del 201125 e di Plannthin del 2016.26 Si vuole enfatizzare come siano state quasi esclusivamente le investigazioni degli animalisti a far luce sulle scomode verità legate alla produzione dell’abbigliamento, questo in particolare a partire dagli anni Settanta, da quando prese piede ufficialmente l’antispecismo, con alcune importanti eccezioni come le sollevazioni contro lo sterminio indiscriminato degli uccelli per confezionare cappellini.27 Oggi le campagne di sensibilizzazione antispeciste sono profondamente amplificate dai social network e dall’essere sovente accolte anche sui media mainstream. Il maggior risultato ottenuto finora in questa direzione è stata la chiusura completa in Italia degli allevamenti di animali da pelliccia. Si può notare come ogni grande associazione abbia una sezione di intervento legata al maltrattamento degli animali usati per la moda (dalla PETA, alle italiane LAV, EssereAnimali, Animalisti Italiani) e come gli autori che hanno affrontato in modo serio la questione animale e i diritti negati ai non umani — come Tom Regan nel celebre Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali28 — abbiano nei loro saggi sezioni dedicate agli “animali trasformati in abbigliamento”.29

Il saggio di Katcher inizia con un’immagine significativa tratta da Vogue Italia 2011 in cui la modella Constance Jablonski truccata con occhi felini indossa una vistosa e sensuale pelliccia (vera) e tiene tra le gambe cinque gattini.30 La pelliccia confezionata riesce abilmente a far scomparire i numerosi individui che ne sono parte. Se in certe epoche storiche (purtroppo nemmeno troppo lontane) esibire l’intero corpo di una volpe bianca o un cappellino con sopra il corpo completo di un uccello imbalsamato31 era frequente, oggi l’intero corpo animale è quasi scomparso dalle passerelle, anche se con notevoli eccezioni come la collezione del 2008 di Jean-Paul Gautier che includeva cappelli realizzati con vere teste di volpe.32 Katcher fa riferimento al processo di de-individualizzazione e di astrazione che coinvolge i corpi animali nelle pellicce — il manto animale può comprendere fino a 240 ermellini, 30 gatti (in Cina), 200 scoiattoli o cincillà, 50 visoni33— ma i singoli individui scompaiono per facilitare il nostro distanziamento;34 inoltre gli animali vivi della pubblicistica di moda sembrano preposti a occultare la sorte dei loro simili e tutto ciò che la pubblicità non può e non deve mostrare: la violenza, il sangue, la morte. Katcher, come Joy, si riferisce a un processo di camuffamento ideologico che conduce chi acquista a una dissonanza cognitiva che, come anticipato nella premessa, rende possibile il rapporto di sfruttamento che instauriamo abitualmente con i non umani. Dietro questo processo si situa un altro meccanismo che può essere illustrato con il concetto di “referente-assente” di Carol J. Adams.35 La studiosa intende mettere in connessione distinte forme di violenza, quella sui corpi delle donne e la macellazione degli animali. Il “referente-assente” infatti si gioca nel rapporto tra animale e carne: dietro ogni pasto c’è un’assenza che è la morte stessa dell’animale perché il suo posto è occupato dalla carne:

attraverso la macellazione, gli animali diventano referenti assenti. Animali in carne ed ossa vengono resi assenti come animali, affinché possa esistere la carne. Le vite degli animali precedono e rendono possibile l’esistenza della carne. Gli animali sono vivi, non possono essere carne; di conseguenza, un corpo morto sostituisce l’animale vivente. Senza gli animali, l’alimentazione carnea non sarebbe possibile, ma essi sono assenti nell’atto del mangiare carne in quanto trasformati in cibo. Gli animali vengono resi assenti attraverso il linguaggio che rinomina i loro corpi morti prima che il consumatore se ne alimenti.36

Joshua Katcher fa transitare il concetto di “referente-assente” dalla macellazione e dal consumo di carne alla produzione della moda e al suo rapporto con l’animale reale:

likewise behind every garment of fur, leather, feather, wool, silk, horn or other animal-derived fashion material is an absence. The fashion garment take the place of the animal who has disappeared into the fashion object and the object separates us from the animal and the animal from the garment.37

Rispetto alle immagini pubblicitarie che utilizzano animali vivi si potrebbe richiamare una riflessione che nasce nell’ambito dei Visual Studies e che prende spunto dall’originale suggestione W.J. Thomas Mitchell38 riformulata da Emilio Maggio.39 Il cambio di paradigma nella “civiltà dell’immagine”, il cosiddetto iconic turn ci vede parte di un ambiente mediale in gran parte determinato e condizionato dall’incessante flusso di immagini; la svolta iconica fa supporre che le immagini ci interpellino anche come enti produttori di realtà, non solo come oggetti da consumare o come segni da interpretare. Mitchell si riferisce a una personificazione delle immagini (al limite del loro animismo) che riguarda tanto il mondo moderno quanto le società tradizionali; del resto la suggestione del potere psicologico e sociale delle immagini è un cliché nella cultura visuale. Le immagini, come sostiene Emilio Maggio, non sarebbero segni da interpretare o meri oggetti da consumare, bensì “manifestazioni viventi in grado di intervenire sulla realtà modificandola, di operare scelte prodotte da volontà e desiderio”.40 Una volta liberate le immagini dalla loro funzionalità assertiva, metaforica, simbolica e discorsiva, la questione transiterebbe dal cosa fanno le immagini al cosa esse vogliono, senza confondere il desiderio delle immagini con quello dell’artista, degli spettatori e nemmeno delle figure all’interno delle immagini. Mitchell si rivolge alle immagini come a soggetti che sono stati resi subalterni a cui si deve ridare voce, come è stato per altri soggetti subalterni:

dal modello di un potere dominante, cui bisogna opporsi, a un modello del subalterno che bisogna interrogare o (meglio) invitare a parlare. Se il potere delle immagini è come il potere del debole, questo potrebbe essere il motivo per cui il loro desiderio è proporzionalmente forte: per compensare la loro reale impotenza.41

Emilio Maggio approfondisce la questione di Mitchell sul cosa vogliono le immagini domandandosi cosa vogliono le immagini di animali, sottintendendo cosa vogliono gli animali, tenendo presente che la frequente rappresentazione degli animali come vittime e/o oggetti speculativi indica una subalternità di cui si sono occupati Carol J. Adams42 e John Berger.43 Quest’ultimo sottolinea il nesso tra sguardo e potere: mentre nella nostra società perde di importanza il fatto che gli animali ci guardino, il nostro sguardo su di loro è una forma di sapere che diviene controllo, assoggettamento. Occorre pertanto concentrarsi sull’interpellazione diretta delle immagini soprattutto perché i soggetti che vi sono rappresentati sono contrassegnati dalla marginalità e dalla vulnerabilità. Secondo Mitchel le domande “che cosa vuole un uomo di colore?”44 o “che cosa vogliono le donne?”45 implicano il desiderio dei soggetti discriminati in base al colore della pelle e al sesso di sviluppare un’autonoma narrazione di sé stessi; in maniera ancora più drastica rispetto alle immagini di donne e neri, nelle immagini gli animali sono rappresentati quasi sempre come l’altro subordinato o degradato. Le immagini di animali quindi ci chiamano direttamente in causa, e forse quello che ci chiedono e ci fanno desiderare di vedere è proprio ciò che le immagini non mostrano, una mancanza, un indicile. Maggio propone l’esempio di un’immagine del 1898 del circo Barnum e Bailey che attraverso un poster voleva vendere il valore educativo del circo. Nell’immagine appare un domatore con due maiali:

Se l’immagine in sé richiede attenzione e meraviglia, i maiali disegnati procurano in chi guarda una sorta di disaffezione nei confronti della magia circense e, molto probabilmente, insofferenza sulla liceità delle performance a cui sono sottoposti. La posta in gioco, se si vuole ribaltare la gerarchia semiotica in cui a prevalere è sempre il soggetto dell’enunciazione — in questo caso il soggetto a cui l’immagine si rivolge — è proprio questa (implicita) “mancanza” dei soggetti rappresentati nella loro subalternità. Nel caso del poster di Barnum ciò che i maiali ci chiedono e che ci fanno desiderare di vedere è ciò che non è mostrabile — il loro essere soggetti desideranti.46

Anche in questo caso, l’indicibile dell’immagine “è rappresentato dalla silloge animale, spettacolo e subalternità”.47

Riprendendo l’immagine di Vogue del 2011 con la modella impellicciata circondata da cuccioli di gatto — filo rosso della disanima delle immagini di animali nella pubblicistica di moda — notiamo come i gattini vivi, la pelliccia “esangue”, il trucco da gatta, si rivolgano esplicitamente a uno sguardo desiderante, maschile o femminile che sia.

Qui però si desidera proporre una strada inversa: considerare cioè le immagini oltre il loro significato esplicito: esse, oltre a essere veicoli di potere e significato possiedono forse dei desideri, quindi ci si può domandare “cosa vogliono le immagini nei termini di mancanza”? Le immagini identificate quali “pseudo-persone marginali”48 che ritraggono soggetti resi marginali (gli animali non umani) destinate a un pubblico che fa commercio dei loro corpi, forse possono desiderare di non esistere, di fuggire al nostro sguardo o di mostrare quella mancanza su cui l’immagine pubblicitaria di moda si fonda: il killing process che conduce dall’animale vivo, dall’individuo all’oggetto — la pelliccia, il cappotto di pelle, la borsa di pelle, le scarpe d cuoio, ecc. — le immagini ci fanno desiderare di vedere esattamente quello che non possono mostrare.

Un altro viaggio entusiasmante nell’inconscio e nel desiderio delle immagini è quello di Felice Cimatti in Sguardi animali49 in cui la fotografia cattura in vario modo gli animali, anche perché l’obiettivo, come il mirino del fucile, desidera fermare gli animali, perché in fondo — dice l’autore — gli animali ci spaventano, la nostra ignoranza su di loro ci porta a desiderare un’animalità rassicurante, resa innocua, e, nel mostrare una donna pingue che stringe un gatto fin quasi a strozzarlo (vuole forse mangiarselo?) e un cacciatore che porta una testa di orso mozzata sulla schiena — questa volta l’ha immobilizzato per sempre — prospetta il profondo parallelismo tra fucile e obiettivo fotografico :

in questo senso la caccia, più che un’originaria pulsione alimentare o, nei nostri tempi, sportiva, è in realtà un vero precursore della fotografia, l’antecedente inconscio o camuffato dell’insopprimibile desiderio umano di fermare gli animali, di farli stare immobili, di trasformarli, appunto, in statue di carne e sangue. Sparare ad un animale per fermare il tempo e quindi la morte, per trasformarlo in una statua silenziosa, in un’immagine.50

Fermare l’animale, congelare la sua vitalità, renderlo innocuo è un’altra delle frequenti prassi nella fotografia di moda. Una testimonianza esemplare di questo ci viene da Jo-Anne McArtur, fotoreporter attivista per i diritti animali51 quando documenta, tra gli altri, un servizio fotografico di moda in Canada in cui insieme a un teschio di un toro e a uno stivale di pelle c’è un’aquila viva

legata per una zampa a una cinghia di pelle per un’ora, sotto le luci bollenti contro lo sfondo bianco e fatta stare ferma in posizione sopra il teschio. Come fosse una natura morta, peccato che l’aquila fosse viva, infatti ansimando per lo stress, cercava di volare via, ma le era impedito dalla cinghia corta.52

Figura 1: Servizio di moda con acquila calva, Canada, 2003, credit: Jo-Anne McArtur — “Project We Animals Media”.

In questo caso come nel repertorio prospettato da Katcher sono coinvolti sia lo sfruttamento materiale sia quello simbolico dei non umani secondo tre livelli di presenza: nello stivale di pelle (bovina), nel teschio che ricorda l’animale da cui proviene lo stivale e tramite l’aquila viva. A questo proposito viene utile rifarsi a un concetto proposto da Una Chaudhuri, quello di zooësis, che si riferisce al modo in cui le culture producono arte e significato attraverso le figure e i corpi degli animali. Il termine si riferisce alla modalità in cui gli animali sono “costruiti”, rappresentati, compresi e fraintesi e include quelle che definisce “cultural animal practice” che vanno dalla rappresentazione dei non umani letteraria e drammatica allo sfruttamento degli stessi nelle performance, fino alle “social practices” che usano e abusano di animali e che, per quanto concerne un’analisi sulla moda, comprendono chiaramente il “fur wearing”, l’indossare pellicce :

ubiquitos or isolated social practices as: pet keeping, dog shows, equestrian displays, rodeos, bullfighting, animal sacrifice, scientific experimentation, species preservations, taxidermy, hunting, fur wearing, meat eating, each with its own archive and repertory, its own spatialities and temporalities, its own performers and spectators.53

Come per il concetto di gynesis — proposto dalla teorica femminista Alice Jardine per restituire centralità alle donne54 — Chaudhuri propone quello di zooësis con l’intenzione di contribuire a nuovi modi di pensare e scrivere che valorizzino l’animale e portino a una maggiore attenzione etica alla relazione uomo-animale.

“Vestirsi da animali”: performance zoomimetiche, dallo sciamanesimo alle lotte antispeciste

Zoomimesi e scimanesimo

Joshua Katcher in Fashion Animals sostiene che purtroppo l’abbigliamento che utilizza i corpi animali non accenna a perdere, nel tempo, la sua considerazione e il suo valore reale e simbolico, la loro presenza è egemonica e considerata naturale, rappresentano le fondamenta stesse del sistema economico globale della moda “they are the fabric of our fabric”55: la moda non sembra affatto volersi de-animalizzare- cioè fare a meno degli animali come materia prima, come strumento o risorsa — unica strada che ritengo possibile per poter parlare di “moda etica”.

Sul versante opposto nemmeno il vestirsi “da animali” ovvero imitarne il manto, le fattezze, le forme, subisce battute da arresto, lo stile animalier o animal print — anche se i termini sono riduttivi56 rispetto alle trasfigurazioni, allusioni, reinvenzioni del manto animale — non accenna a esaurirsi. Prendendo come esempio paradigmatico di imitazione del manto animale il maculato57 si nota come esso sia stato e sia ancora un onnipresente capo di abbigliamento — “dallo hijab musulmano in cui l’animalier è tra le fantasie più gettonate nei siti internet di moda modesta, all’eleganza sublime della haute couture di Valentino, fino alle produzioni di massa dei mercatini”.58

Vorrei quindi analizzare il portato culturale del “vestirsi da animali”, secondo declinazioni dinamiche e trasversali che, come dichiarato in apertura, transitano dallo sciamanesimo, alla moda contemporanea alle performance degli antispecisti. Il punto di vista attraverso cui leggerò il rapporto con le altre specie nella moda è quello zooantropologico che conferisce il giusto peso al partner eterospecifico nelle creazioni culturali: l’animal appeal ha segnato il cammino dell’uomo almeno a partire dall’arte rupestre; negli ultimi decenni del Novecento si è esplorato in maniera più sistematica lo spiccato orientamento umano verso la zoomorfia e il coinvolgimento emozionale che essa suscita. Non a caso circa la citata fotografia di Vogue, dove la modella posa con i gattini, l’autore si chiede se debba essere letta come se la modella fosse la madre dei gattini o se fosse stata selezionata per esprimere l’ideale di una leonessa.59 Questa immagine indica il nostro “farci animale”, una tendenza che dallo sciamanesimo porta all’arte contemporanea e alla performance art fino alle espressioni di maquillage corporeo, da quello più profondo a quello più superficiale. Roberto Marchesini sostiene infatti che è la vocazione a farsi animale che crea la moda, non il contrario: “non ci si veste con animali, ci si veste da animali”.60

Rifiutando la prevalente visione dell’altro di specie soltanto come mezzo o risorsa — bensì considerandolo un attivo partner dialogico, sulla scorta della filosofia posthuman,61 che ha messo profondamente in discussione alcuni principi cardine dell’umanesimo, come l’idea di cultura quale prodotto esclusivo dell’essere umano — la zooantropologia segnala il profondo debito che, fin dalle origini della storia dell’uomo, abbiamo con le altre specie, e come la cultura tutta sia frutto ibrido dell’incontro con l’altro di specie. Le altre specie in questa prospettiva non si mostrerebbero heideggerianamente come povere di mondo, ma creatrici di mondi, “epifaniche”.

L’essere umano si innesta i calami delle penne di uccello sul viso, acconcia i capelli a guisa di criniera, scarifica la pelle per riprendere la squamosità del rettile, felinizza il suo volto intervenendo sul contorno occhi, riprende le pezzature o le zebrature dei grandi mammiferi della savana attraverso il tatuaggio, appronta i propri costumi rituali attraverso la pratica sciamanica del vestirsi di pelli animali, allunga il collo o le labbra attraverso strumenti per riprendere anatomie di altre specie.62

Lo sguardo in profondità della zooantropologia non si ferma ad analizzare questi elementi come acquisizione di insegnamenti dalle altre specie da riportare nell’alveo di una antropopoiesi completamente autarchica o in una dimensione culturale unicamente umana. L’assunto è ribaltato: se noi intendiamo la cultura come ciò che ci differenzia dalle altre specie, la zooantropologia propone, invece, l’inverso, ovvero intende la cultura umana come “l’esempio più eclatante del nostro debito nei loro confronti”.63 Questo grazie alla grande capacità immaginativa ed empatica della nostra specie che ci consente di proiettarci nell’altro. Anche le altre specie non sono isolate tra loro e imparano attraverso forme di imitazione transpecifica. Marchesini si riferisce al concetto di zoomimesis, che va ben oltre la mera imitazione in quanto desiderio di impossessarsi delle virtù animali e consiste, ad esempio “nell’ indossare il mantello di un animale, utilizzare la testa per farsi un copricapo, costruire un gemellaggio, assumerlo come progenitore o nutrice, trasformarlo in divinità protettrice, rappresentarlo attraverso un simbolo o uno strumento”.64

Questa è la via esemplare dello sciamanesimo. Seguendo l’amplissimo repertorio di Mircea Eliade65 emerge fortissima l’immagine dello sciamano come colui che, per portare la guarigione e la conoscenza agli altri uomini, intraprende una via di decentramento ovvero un percorso verso le alterità animali. Il nesso tra animalità e sciamanesimo è profondissimo e percorre ogni aspetto del culto, partendo dal costume-maschera dello sciamano che è composto di piume di uccelli, serpi, code di cavalli e altri animali mitici, a seconda delle aree geografiche. Nel momento in cui lo sciamano si veste di pelli e di piume animali assume letteralmente una nuova pelle, forgia una nuova identità, grazie a un percorso iniziatico in cui sono gli animali a insegnargli una lingua segreta (“uno stile espressivo e di vita che mescola le caratteristiche umane con quelle della specie guida”):66

assai spesso questa lingua segreta è, di fatto “il linguaggio degli animali” o trae origine dall’imitazione di grida animali. Nell’America del Sud, durante il periodo di iniziazione il neofita deve imparare a imitare le voci degli animali.67

Breve storia dei movimenti antispecisti e dei maltrattamenti degli animali connessi alla moda

Ogni anno l’industria globale della pelle macella più di un miliardo di animali e ne concia le pelli. Molti di questi animali sopportano tutti gli orrori dell’allevamento intensivo, inclusi l’affollamento estremo e la reclusione, la privazione dei bisogni primari, la castrazione non anestetizzata, il marchio, il taglio della coda, nonché trattamenti crudeli durante il trasporto e la macellazione.

Le prime lotte antispeciste di fine anni Settanta68 si sono fuse alle istanze antipelliccia che hanno interessato trasversalmente, fisicamente e pubblicamente, ceti sociali differenti, dal mondo dell’anarchia a esponenti dell’alta borghesia. Ricordiamo, negli anni Ottanta, l’immagine dell’aristocratica Marina Ripa di Meana apparsa nuda su grandi manifesti pubblicitari con la scritta: “l’ unica pelliccia che non mi vergogno d’indossare”;69 o l’attrice Brigitte Bardot che abbraccia un cucciolo di foca nel 197770 (i movimenti di protesta contro le violente uccisioni delle foche erano iniziate in USA già negli anni Sessanta); così come le proteste contro l’abuso di animali per le pellicce, quando Cleveland Amory71 lanciò il suo “Found for animals” nel 1967 con la prima grande campagna sugli animali in via di estinzione, proponendo, prima che lo facesse PETA, ad attrici famose come Doris Day di rifiutare le pellicce vere, denunciando inoltre la crudeltà delle trappole per animali selvatici, le leg-hold traps.72 Del 2021 è l’immagine di Rosita Celentano che esibisce un cadavere di visone in piazza Duomo a Milano durante la Fashion week.73 Di stampo anarchico e antifascista è ALF (Animal Liberation Front), movimento di liberazione nato in Inghilterra nel 1976 (già attivo comunque sotto altra denominazione dal 1971) e presto diffusosi nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Movimento che ha sempre mirato all’azione diretta: la liberazione animale da ogni forma di abuso e schiavitù. Chiunque liberi un animale, secondo le regole del movimento inglese, può definirsi e firmarsi ALF. Dagli anni Novanta la firma ad atti di “liberazione” animale appare anche in Italia: ad esempio, la liberazione di 129 cani beagle dall’allevamento Morini di San Polo D’Enza (Reggio Emilia)74 o le frequenti liberazioni di visoni dagli allevamenti. Altra associazione importante per comprendere l’evoluzione del fenomeno animalista è la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals),75 costituitasi in Virginia (USA) e attiva da oltre quarant’anni, il cui slogan: “meglio nude che in pelliccia” ha portato al coinvolgimento in primissimo piano di molte celebrità del mondo dello spettacolo.76 In realtà un’opposizione alla cattura di animali selvatici per farne pellicce avvenne anche nel 1925 quando l’avventuriero e diplomatico Edward Breck fondò la National Anti-Steel Trap League dopo un incontro con un orso intrappolato durante una visita in Nuova Scozia.77

Le campagne della PETA contro le pellicce sono scaturite dalla necessità di azioni dirette e investigazioni. Nel 1988 intraprese un’indagine sotto copertura sulle pratiche di un allevamento di castori del Montana forzandone la chiusura e denunciò per crudeltà un pellicciaio californiano dopo che un proprio investigatore lo aveva filmato mentre fulminava dei cincillà con scariche ai genitali.78 In un’altra indagine sotto copertura PETA denunciò un allevatore di pellicce dopo avere filmato visoni agonizzanti del suo allevamento a cui era stato iniettato del diserbante.79 Poco più tardi, nel 1997 in un’altra indagine sotto copertura PETA ha documentato l’elettrocuzione anale delle volpi portando alla prima dichiarazione di colpevolezza in assoluto nei confronti di un allevatore di pellicce accusato di crudeltà verso gli animali.80

In Italia la LAV (Lega AntiVivisezione) fin dalla sua fondazione nel 1977 si fece portabandiera contro i principali ambiti dello sfruttamento animale, dalla vivisezione alla caccia, dalla macellazione animale per farne cibo, al massacro di animali da pelliccia. Infine EssereAnimali, nata nel 2011, si è connotata per un’attività di investigazione “undercover” negli allevamenti di animali destinati al macello o in quelli da pelliccia. Significativa al riguardo è l’occupazione dell’allevamento di visoni di Fossoli nel 2018 quando gli attivisti si incatenarono sui tetti per protesta.81 All’epoca erano ancora attivi in Italia circa venti allevamenti di visoni per una produzione annuale di circa 160mila pellicce. Sul tema pellicce negli ultimi anni LAV e EssereAnimali hanno lanciato campagne di mobilitazione rispettivamente intitolate: “Dai voce ai visioni” per LAV82 e “Visoni Liberi” per EA.83 Gli ultimi allevamenti di visoni in Italia sono stati chiusi nel 2021 a causa delle misure di prevenzione relative alla possibile trasmissione del Coronavirus tra uomo e visone. Il pericolo di contagio tra uomo e visone pare non abbia creato problemi in Cina che non ha intrapreso azioni decise contro i suoi allevamenti di visoni che sono circa 8.000 e detengono circa 5 milioni di esemplari.84

Ora le associazioni sono mobilitate con la campagna “Fur free Europe”85 per impegnare la Commissione europea a promuovere un divieto all’allevamento di visoni e ogni altro animale per la produzione di pellicce e introdurre il divieto di commercio e import di prodotti di pellicceria. Sono 14 i Paesi, tra i quali l’Italia che hanno formalmente messo al bando gli allevamenti di animali per la produzione di pellicce, ma ancora 18 milioni di animali tra visoni, volpi, cani-procione e cincillà sono allevati e uccisi ogni anno negli ultimi Stati membri produttori (Polonia, Grecia, Finlandia tra i principali).

Figura 2: Mink, 2022, Canada/Quebec, credit: “Project We Animals Media”.

Maltrattamenti: indagini delle associazioni animaliste sulla produzione di capi di origine animale

Le investigazioni undercover delle associazioni animaliste hanno permesso negli anni di documentare le terribili condizioni degli animali destinati a diventare pelliccia; molti di questi vivono in gabbie di filo metallico affollate e antigieniche così anguste che non possono pulirsi adeguatamente. Gli animali sviluppano comportamenti nevrotici come il girare su sé stessi e l’automutilazione e quando subiscono tagli o si rompono arti vengono spesso lasciati privi di cure veterinarie. Al fine di mantenere l’integrità della pelliccia in vendita, i metodi per uccidere questi animali sono l’elettrocuzione anale, o il soffocamento con il gas.86 In natura, gli animali intrappolati per la loro pelliccia subiscono altre crudeltà. Tipicamente catturati con trappole per gambe con mascella d’acciaio, possono affrontare l’ipotermia, la fame, l’automutilazione (mordendosi gli arti per scappare) o attacchi di altri predatori molti giorni prima che il cacciatore torni per ucciderli.

Gli allevamenti di animali da pelliccia possiedono soprattutto cincillà, volpi, visoni e procioni. Le nutrie, che ora si trovano sul territorio italiano e sono a loro volta perseguitate considerate causa dei peggiori disastri ambientali,87 derivano dalla industria di pellicce che prediligeva il “castorino”, fino a che non è passato di moda a favore (e a scapito) di altre specie.

Come i sea mink (estinti nel 1860), le tigri della Tasmania (estinte nel 1936), i lupi della isole Falkland (estinti nel 1936) e altri, i cincillà selvatici che vivevano in abbondanza in Sud America sono stati portati alla quasi estinzione dalla moda delle pellicce; si calcola che circa due milioni di esemplari siano stati esportati dalle Ande nel giro di soli 5 anni, tra il 1895 e il 1900; più l’animale selvatico diventava raro più le pellicce erano costose, fino a che si passò direttamente ad allevarli.88 Per questo motivo Katcher definisce il sistema industriale della moda come ecocidal, una ideologia del profitto e della devastazione di ambienti naturali e di animali :

the industrialized global fashion system that casts animal as at best stockpiles of raw material and resources and at worst pests in an ideology that can lead to extinction. In this case can be argued that collectivity fashion-industrial complex especial around the turn of twenty century become increasing ecocidal. In other words the impact upon animals and ecosystem rose in parallel to the increasing scale and efficiency of industrializes fashion production.89

In Cina esiste una fiorente industria di pellicce di cani e gatti che vende i suoi prodotti in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti e che possono essere etichettati falsamente come “pelliccia di coniglio” o anche arrivare senza alcuna etichettatura. Là ogni anno due milioni di cani e gatti, detenuti in condizioni spaventose, sono privati di ogni elementare diritto: alcuni sono randagi, altri vengono appositamente allevati per rubare loro il manto. Nel 2004 l’associazione LAV ha ottenuto per l’Italia il bando delle pelli di cani e gatti, e dal 2009 il divieto è stato esteso a tutta l’Europa;90 inoltre LAV, anche nell’ambito della coalizione internazionale Fur-Free Alliance,91 supporta il lavoro delle associazioni asiatiche impegnate contro queste violenze. Rispetto alla produzione di pelli e pellicce non si può dimenticare il costo ambientale: esse devono essere saturate di sostanze chimiche per evitare che si decompongano una volta che sono state strappate dal corpo dell’animale. Il risultante deflusso tossico inquina non solo i corsi d'acqua e gli ecosistemi locali, ma tutto ciò che si trova a valle, danneggiando alla fine animali umani e non umani. Un caso emblematico su tutti e vicino a noi, è il recentissimo scandalo dei rifiuti tossici dell’industria delle pelli smaltiti a Santa Croce sull’Arno, in provincia di Pisa.92

Purtroppo anche tutti gli altri materiali di origine animale provocano sofferenze ai non umani, PETA e le altre associazioni dopo l’attività investigativa si occupano di un’indispensabile opera di pressione presso i marchi di moda che fanno uso di materie prime animali. I settori che hanno più necessità di interventi diretti di investigazione e denuncia sono il mercato del cuoio, della lana e delle pelli esotiche.93 Molte sono le immagini scioccanti già raccolte in questa direzione. Rispetto all’allevamento e all’uccisione dei coccodrilli, PETA ha più volte documentato le indicibili sofferenze degli alligatori negli Stati Uniti e in Africa svelando, ad esempio, nel 2015 quelle inflitte ai coccodrilli poi trasformati nelle borse del marchio Hermes;94 inoltre le riprese di testimoni oculari inviati dall’associazione hanno rivelato l’orribile realtà di decine di migliaia di coccodrilli in Vietnam allevati e uccisi violentemente per produrre borse “di lusso” vendute in tutto il mondo, per grandi marchi tra cui Louis Vuitton LVMH95:

i coccodrilli sono stati sottoposti a elettroshock, quindi hanno tentato di ucciderli tagliando loro il collo e colpendoli con oggetti di metallo lungo la loro spina dorsale. Questo metodo di uccisione ha dimostrato da tempo di essere disumano e gli esperti hanno scoperto che i coccodrilli rimangono coscienti per oltre un’ora dopo che il loro midollo spinale è stato reciso e i loro vasi sanguigni sono stati tagliati.96

Figura 3: Young saltwater crocodile in cage — “Farm transparency Project”, credit: “We Animals Media”.

Stessa sorte o forse anche peggiore quella che tocca ai serpenti. Una recentissima indagine della PETA Asia (2021)97 su un allevamento in Vietnam, che fornisce pelli di serpente per l’industria globale, rivela orribili crudeltà nei confronti dei rettili, tra cui la chiusura della bocca e dell’ano con elastici per poi gonfiarli a morte con un compressore, schiacciando loro il cuore e provocando forti dolori.

La produzione di lana non è esente dal surplus di maltrattamenti e sofferenze inflitte a pecore a agnelli. Molte pecore subiscono una procedura dolorosa chiamata mulesing. Una tecnica brutale che nasce in Australia per prevenire infezioni e consiste nell’asportare alle pecore parte dei tessuti posteriori, compresa spesso la coda, in genere senza alcun tipo di anestesia.98 Inoltre PETA ha fatto un’inchiesta nelle industrie del cashmere in Cina e in Mongolia che sono i principali esportatori di cashmere al mondo: l’inchiesta ha rivelato l’estrema crudeltà nell’uccisione violenta delle capre del cashmere.99 Nel 2018 le video-inchieste sull’industria del mohair hanno ripreso gravissimi abusi in Sud Africa, il principale produttore mondiale di mohair. Dopo aver verificato dai filmati che il mohair viene ottenuto da capre spesso ferite durante la tosatura, trascinate, lanciate per le gambe e la coda e mutilate prima di essere uccise, più di 300 marchi in tutto il mondo hanno eliminato questa fibra.100 La prima indagine sotto copertura sull’industria della lana d’angora ha mostrato conigli vivi legati mentre la pelliccia veniva loro strappata; questo ha portato al divieto della vendita dell’angora da parte di oltre 70 aziende in tutto il mondo.101 Altri filmati scioccanti riguardano la produzione di alpaca in Perù: dopo un’indagine sotto copertura, unica nel suo genere, su uno dei più grandi produttori mondiali di lana di alpaca, PETA ha rivelato che gli alpaca venivano tosati, feriti e lasciati sanguinanti con tagli profondi.102 La lista di animali che subiscono maltrattamenti sembra non dover finire mai103: le oche sono sottoposte a un dolorosissimo spiumaggio, da una inchiesta sugli allevamenti di oche in Cina, da cui deriva l’80% delle piume nel mondo, emerge come i lavoratori le immobilizzino e strappino loro le piume, mentre esse si dibattono violentemente. La maggior parte sopporta questa tortura molte volte prima di essere definitivamente uccisa.104 Infine, forse il più brutale abbattimento di animali selvatici riguarda i canguri, lo chiamano harvest, prelievo, e lo propongono come “sostenibile”, ma si tratta di un vero e proprio massacro che interessa più di 44 milioni di canguri, uccisi dal 2000 al 2018. Si tratta di stragi lente e dolorose, con un numero impressionante di vittime “collaterali”, cuccioli dipendenti dalle madri, deambulanti o ancora nel marsupio, animali feriti, o fuggiti in preda al panico, tutti condannati a una lenta agonia; di questo da anni si occupa LAV.105 L’Italia è il maggior importatore in Europa di pelli di canguro per confezionare articoli come scarpe da calcio, usate, ad esempio, nel marchio Lotto. Questo sterminio è stato ricordato anche quest’anno durante la Fashion week a Milano dall’associazione Iene vegane.106

In controtendenza rispetto a tutto questo LAV ha creato il primo rating etico per la valutazione delle aziende di moda in base al non utilizzo di materiali di origine animale,107 accompagnando varie aziende in un percorso di graduale eliminazione dei materiali animali dalle loro collezioni;108 tutte le aziende valutate hanno almeno rinunciato pubblicamente all’uso di “pelliccia” animale.

Vestirsi da animali secondo gli antispecisti

Oltre alle azioni investigative le associazioni animaliste utilizzano forme di attivismo politico nello spazio pubblico che sovente fanno ricorso a tecniche performative, di cui mi sono spesso occupata.109 Piazze e strade cittadine si sono fatte “teatro” di azioni, cortei, banchetti informativi, con precise e impattanti scenografie e costumi animali.

Poiché la popolarità — e i prezzi — delle pellicce raggiunsero livelli record negli anni ’70 e ’80, l’attività di protesta si intensificò: grandi e turbolente manifestazioni contro le pellicce divennero uno “spettacolo” comune in molte città. Negli anni Novanta le campagne anti-pelliccia della PETA furono paragonabili per notorietà ed effetti a molte delle azioni messe in scena dalla rete di attivisti contro l’AIDS, l’Act Up.110 La campagna “I’d Rather Go Naked Than Wear Fur”111 (Preferirei stare nuda che indossare una pelliccia“) di PETA venne lanciata dopo aver assistito dall’esterno a una sfilata di pellicce nel 1992 in Giappone. La protesta fece notizia in tutto il mondo e portò un’iconica serie pubblicitaria, ideata dall’associazione, con celebrità che posavano nude contro le pellicce.112 Nel 1992 gli attivisti di PETA occuparono la sede di New York di Vogue per contestare l’incessante promozione delle pellicce da parte della rivista e, quello stesso anno, a Parigi, gli attivisti sfilarono davanti agli uffici di Vogue indossando pellicce”insanguinate", sconvolti dal rifiuto della rivista di stampare pubblicità anti-pelliccia.

Nel 1993 la PETA ha ospitato il “Fur-Free Friday” a New York; la parata che ne è seguita comprendeva diversi carri allegorici e oltre milleduecento manifestanti con il messaggio “la compassione è la moda”. Quell'anno a New York e a Portland, nell’Oregon, si tennero manifestazioni che prevedevano cortei funebri, bare e attivisti che marciavano dietro uno striscione con la scritta “Fur Is Dead” (la pelliccia è morte). Questa manifestazione ricorda una protesta simile in Italia contro un evento sponsorizzato dalla rivista di moda Elle, in cui attivisti, nei panni della Morte con la falce, trascinavano dietro di sé un corteo di animali uccisi.

Figura 4: Manifestazione della Peta contro le pellicce, Milano Fashion Week, 2019.

Performance simili sono state organizzate da Animalisti Italiani, EssereAnimali, LAV durante manifestazioni che prevedevano attivisti vestiti di pellicce (vere)113 che grondavano sangue, attivisti sdraiati in terra con maschere della morte, cortei funebri con sagome di animali dentro la bara o attivisti in costume animale nella bara o crocifissi.

Figura 5: Animalisti italiani/Laura Budriesi contro le pellicce, Bologna, 2003.
Figura 6: Daniela Martani ‘scuoiata viva’ nella protesta della Peta contro la pelle alla settimana della moda di Milano, 2019.
Figura 7: Manifestazione della Peta contro le catture di animali selvatici destinati a diventare pellicce, Philadelphia, 2018.

Inoltre sono apparse installazioni composite come quelle recentemente proposte da EssereAnimali. Ad esempio nel 2014 è stata organizzata l’apparizione straniante di grandi sagome di visoni di cartone collocate nelle fontane di 15 città italiane. Il significato di questa iniziativa si ricollegava al fatto che i visoni amano l’acqua eppure trascorrono la vita dentro gabbie metalliche. Qui le loro zampe spesso restano incollate alle gabbie per il freddo, ma il freddo rende più fitta e pregiata la pelliccia. Un cartellone chiariva la relazione tra i due elementi, acqua e visoni: “i visoni amano l’acqua”, esattamente ciò che viene loro negato. La stessa campagna ha avuto, negli anni, differenti modalità di apparire e dialogare con il pubblico involontario di piazza. Ad esempio, sotto le Due Torri di Bologna, nel 2015 gli attivisti hanno recitato la parte dei visoni negli ultimi interminabili minuti della loro esistenza, rinchiusi in una teca trasparente che voleva rappresentare, agli occhi del pubblico occasionale, ciò che normalmente non vede: la camera a gas che li attende alla fine della misera esistenza nelle anguste gabbie degli allevamenti intensivi.

Figura 8: Campagna “Visoni Liberi”, Essere Animali, 2014.
Figura 9: Campagna “Visoni Liberi”, Essere Animali, 2014.

Queste modalità espressive hanno spesso le caratteristiche del flash mob che può ancor meglio essere definito come smart mob: si tratta di un intervento performativo che, rispetto al carattere generalmente giocoso del flash mob, veicola messaggi politici e di critica sociale. Sono forme di intervento nate nei primi anni Duemila che coinvolgono attivisti definiti come “folle intelligenti” anche perché intelligenti sono i mezzi impiegati, cioè apparecchi mobili dotati di capacità di operare sulla base della programmazione ricevuta e di connettersi alla rete.114 Queste performance sono veloci, spesso disorientanti, possono ricordare un happening congelato, una risemantizzazione e una “ri-scenografia” nello spazio urbano attraverso l’uso performativo del sit-in e del dispositivo installativo. Si tratta di visual performance che, molto spesso, fanno a meno del linguaggio, giocate nel “congelamento” dell’azione tipica del flash mob in cui il messaggio è generalmente affidato a immagini, cartelloni, maschere, striscioni, gabbie e, particolarmente interessante, trattando di moda, a costumi animali.

Gli elementi caratteristici sono i cartelloni che, dalle manifestazioni del 1968 in avanti, hanno avuto una rivitalizzazione creativa, rispetto alle proteste contro l’abuso degli animali nella moda: ricordo i già citati “la pelliccia è morte”, o lo slogan “la pelliccia porta male, chi la indossava prima di te ci ha rimesso la pelle” proposto insieme alla fotografia di un visone scuoiato; oppure a un cucciolo di volpe che si rivolge ai più giovani con questo motto: “tua madre ha una pelliccia? la mia non l’ha più”.115

Spesso nelle manifestazioni animaliste — quelle contro pelle e pellicce non fanno eccezione — compaiono fotografie ottenute dagli attivisti nel corso delle investigazioni e, in questo caso, il rapporto dei non umani immortalati con le immagini stesse è particolarmente significativo perché essi nel momento in cui sono portati alla vista del pubblico sono già morti o stanno per morire. I viventi immortalati nei reportage animalisti (le cosiddette investigazioni) appartengono quasi sempre al passato; nel momento in cui li incontriamo sono già morti: in questo risiede il nucleo perturbante della fotografia, il guardare negli occhi il condannato a morte.116

PETA descrive le sue manifestazioni nello spazio pubblico come animal performance; infatti in questi contesti siamo assolutamente al di fuori del regime dell’imitazione, della rappresentazione che prevederebbe che gli attivisti si comportassero o parlassero come animali; invece per poter far sì che i non umani possano accedere allo spazio pubblico, appaiono animali che performano essere umani, per poter accedere a quella particolare scena politica che è la manifestazione, uno degli espedienti utilizzati è il costume animale. Mentre le fotografie e i cartelloni informano gli spettatori sulla realtà crudele delle condizioni di vita degli animali, in questo caso viene messo in campo un potenziamento creativo, ricorrente e significativo trattando di moda, cioè il costume animale — sia di animali da pelliccia, volpi, visoni, sia di animali da circo, come elefanti, oppure cani beagle o conigli usati nei laboratori scientifici, ecc. Il costume animale è in grado di suscitare l’empatia necessaria per attivare un processo di cambiamento nel rapporto con i non umani e nello stesso tempo punta a costruire una reciprocità che consente la vicinanza evitando l’identificazione; si attiva un meccanismo particolare, ovvero il costume animale incoraggia a immaginare cosa c’è dietro di esso: non solo un attivista animalista, non solo l’innumerevole numero di veri volpi sfruttate per le loro pellicce, ma viene anche svelato il segreto di ciò che viene fatto a queste volpi. Del resto, e anche questo è un paradosso, anche l’animale in quanto rappresentazione ci è familiare, anzi, secondo John Berger, più dell’animale reale,117 quindi nel costume l’animale reale e la sua rappresentazione si uniscono per creare un coinvolgimento negli spettatori di passaggio, giovani o meni giovani che siano.

Figura 10: Attivisti Peta contro le pratiche crudeli della produzione della lana, Philadelphia, 2018.
Figura 11: Manifestazione della Peta contro l’abuso di serpenti per l’industria della moda, Milano, 2022.

Può essere significativo considerare l’argomentazione di Peggy Phelan sull’ontologia della performance che si basa sulla convinzione che in realtà non vediamo il corpo dell’esecutore, quello che vediamo è invece ciò che si intende rappresentare.118 L’uso del costume animale rende esplicita questa intenzione perché, nel caso, ad esempio, di un costume da volpe ci viene impedito di vedere le vere volpi a cui si riferisce la rappresentazione. In questo modo PETA e le altre associazioni mantengono i corpi unmarked, non contrassegnati — concetto questo usato da Phelan — , gli animali infatti sono già visti eccessivamente: sia i loro corpi sia le loro immagini — come mostrato nella prima parte di questo saggio — circolano eccessivamente all'interno di una rete capitalistica di oggetti e merci. Secondo Phelan l’ideologia della visibilità cancella il potere dell’invisibile che è quello del non essere visto e del non essere contrassegnato; al contrario essere contrassegnati quindi visibili vuol dire partecipare a un sistema di disuguaglianze, particolarmente evidente nel caso dei non umani.

Ciò che è cruciale notare nell’idea di Phelan è che non sostiene la completa invisibilità, piuttosto, sostiene una visibilità fugace, che presenta immagini che sono disponibili per un periodo di tempo minimo e poi diventano accessibili solo attraverso la memoria. Questo impedisce che l’immagine venga riprodotta e fatta circolare all’interno della rete capitalistica delle merci. L’uso del costume animale rende esplicito il tentativo di lasciare gli animali reali senza segni, unmarked, fuori dal controllo e dalla reificazione.

Queste performance inoltre favoriscono un contatto “da vicino”, personale. Non esiste una visione dall’alto come per lo spettacolo che osserviamo ad esempio nel tendone del circo, o lo sguardo che rivolgiamo alle immagini di moda, piuttosto si verifica quella che Haraway definisce “vista da un corpo”,119 cioè un modo di vedere in prossimità, che mobilita gli altri sensi e tiene conto delle vulnerabilità di tutti i corpi animali.

In altre circostanze gli attivisti utilizzano il proprio corpo per mostrare questa comune vulnerabilità, come è avvenuto in una performance estrema in cui un’attivista ha testato sul suo stesso corpo alcune delle sofferenze inflitte durante gli esperimenti di vivisezione. La performance, organizzata dal movimento Occupy Green Hill120 — che insieme ad altri gruppi, nel 2012, stava portando a termine la definitiva liberazione dei beagle destinati ai laboratori di vivisezione dell’allevamento di Brescia;121 è stata organizzata a Roma quello stesso anno in una vetrina di Lush che vende da sempre cosmetici non testati su animali, per essere più visibile.122 Su violenze a danno di animali causate dal mondo della moda, ricordo una performance organizzata nel 2015 a Beverly Hills con una modella il cui corpo era stato dipinto come una pelle di coccodrillo, così risultava essere morta, sotto di lei una grande pozza di sangue;123 la protesta fu organizzata contro il brand Hermès dopo l’inchiesta di PETA sull’atroce morte dei coccodrilli di allevamento che la maison usava per produrre borse e cinture.124

Figura 12: Performance della Peta contro la produzione di pelli esotiche di coccodrillo, Beverly Hills, Usa, 2015.

Il gap citato all’inizio tra le immagini di moda e le realtà che esse rappresentano è messo a nudo attraverso il meccanismo della performance che prevede di veicolare un messaggio politico e farlo attraverso il corpo, mezzo per l’azione politica diretta. Marco De Marinis, nell’identificare le principali caratteristiche della performance segnala innanzitutto “la manipolazione alla quale la performance sottopone il corpo del performer, elemento fondamentale e indispensabile di ogni atto performativo”.125 Incorporare un messaggio politico e rivolgerlo a un pubblico è la base della performance: “essa impone il dialogo dei corpi, dei gesti e tocca la densità della materia”.126 Le sofferenze a cui sono sottoposti gli animali negli allevamenti non vengono mai viste, quindi gli attivisti oppongono l’intimità che si genera nelle performance, intimità di tutti i corpi animali, siano essi umani o non umani, poiché i manifestanti non sono solo la “voce” degli altri animali, ma sono anche rappresentanti di corpi animali.

Questa percezione è generata in modo più significativo dall’uso di costumi da animali ed è agevolata dalla consapevolezza degli spettatori di essere testimoni di un tentativo di riparazione.

È importante notare come gli attivisti antispecisti, come altri attivisti politici, siano accomunati, in primo luogo, dalla condivisione di emozioni profonde che hanno a che fare con la percezione di un senso di ingiustizia, di indignazione. Avere emozioni in comune, principalmente tra gli attivisti, significa che le identità collettive sono costituite e mobilitate in modo strategico. Esperienze simili, come le mobilitazioni rispetto al G8 di Edimburgo nel 2005, sono state definite da Stephen Duncombe come “ethical spectacles” o “participatory, open-ended and playful urban transformations performance”.127 Sono azioni che attivano emozioni personali e collettive di resistenza a palesi ingiustizie sociali. I luoghi e i tempi della protesta fanno sì che il senso di sfida etica, di pericolo, di solidarietà, attivi una particolare capacità di risonanza da un corpo all’altro e contribuisca a creare una memoria condivisa. Routledge definisce la “sensuous solidarity” come l’incarnazione delle emozioni condivise tra gli attivisti e anche tra coloro che assistono. Tenerezza, vergogna, rabbia, risuonano da un corpo all’altro e agiscono come forme contro-egemoniche in particolari luoghi di controllo.128

Infine le maschere e i costumi animali, onnipresenti nelle manifestazioni degli antispecisti, potrebbero essere riferiti al concetto di “carnevalesco” utilizzato da Bachtin e ripreso da Schechner per analizzare la performatività presente nelle manifestazioni politiche. Il fondatore dei Performance Studies, infatti, lo impiegò per descrivere un insieme eterogeneo di manifestazioni socio-politiche come il movimento degli studenti in Piazza Tienanmen (Cina 1989) e, nello stesso anno, l’atmosfera di festa spontanea creatisi per la caduta del muro di Berlino. Queste forme da lui definite direct theatre sono proteste di massa che impiegano il registro vagamente farsesco e parodico contro ciò che nella società viene letto come oppressivo e oltraggioso:

Comic in desire even if sometimes tragic in outcomes […] They put on masks and costumes, erect and wave banners, and construct effigies not merely to disguise or embellish their ordinary selves, our to flaunt the outrageous, but also to act aut the multiplicity each human life is. Acting out forbidden themes is risky so people do masks and costumes. They protest, often by means of farce e parody, against what is oppressive, ridiculous and outrageous.129

Il concetto di “carnevalesco” di Bachtin è uno degli strumenti analitici per leggere i fenomeni performativi su cui si fondono gioco, teatro e rito. Queste forme partecipative condividono con i carnevali delle origini la spinta liberatoria al cambiamento giocata creativamente. Dagli attivisti sono utilizzati alcuni elementi enucleati da Bachtin come propri del carnevale: reminiscenze di antiche feste popolari, quali maschere, attribuiti di vario genere, immagini e, appunto, costumi animali.130

Per concludere vorrei richiamarmi a Stella McCartney — stilista amica degli animali131 — e all’uso — identico a quello degli antispecisti — del costume animale, questa volta però sulle prestigiose passerelle della Fashion Week di Parigi, dove due conigli, una volpe, un cavallo, due mucche e un coccodrillo hanno recentemente rubato la scena alle personalità presenti. Un messaggio estremamente serio, portato avanti con un gusto “carnevalesco” alla Bachtin in cui però — come sottolinea la stilista — “the optics were fun, but the message was serious — that there are animals on almost every catwalk, it’s just that they are usually dead”.132 Gli animali infatti sono purtroppo ingredienti di tutte le passerelle, soltanto che, in genere, sono morti.

Bibliografia

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AgireOra. “Pellicce.” Ultima consultazione 25 settembre 2022, https://www.agireora.org/pellicce/.

Animal Equality. “Conigli torturati in Cina, H&M blocca la produzione con capi di angora.” Pubblicato il 2 dicembre 2013. Ultima consultazione 26 settembre 2022, https://animalequality.it/blog/conigli-torturati-cina-hm-blocca-la-produzione-con-capi-di-angora/.

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  1. Rispetto alle pelli di animali marini si veda il tentavo di implementarne l’uso in Europa: https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/E-9-2021-005346_IT.html, (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  2. Sabrina Tonutti, “Zooantropologia. Gli animali nelle culture umane,” in Trattato di Biodiritto, La questione animale, a cura di Silvana Castiglione e Luigi Lombardi Vallauri (Milano: Giuffrè Editore, 2012).↩︎

  3. Melanie Joy, Perché amiamo i cani, mangiami i maiali, indossiamo le mucche (Milano: Sonda, 2012). A dieci anni dalla prima pubblicazione del testo in traduzione italiana, l’autrice ha presentato la nuova edizione in alcune città italiane, cfr., ad es., https://www.larena.it/territori/citta/melanie-joy-carnismo-verona-1.9473542?refresh_ce, (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  4. Giulia Guazzaloca, Primo non maltrattare (Roma–Bari: Laterza, 2018), 170–171.↩︎

  5. Fra i primi Paesi al mondo l’Italia ha introdotto il divieto di produzione, importazione e commercio di pellicce derivate da cani e gatti, prima con un’ordinanza del Ministro della Salute (2001), poi con la legge n. 189 del 2004.↩︎

  6. Si vedano le concerie possedute da gruppi industriali interessati a controllare l’intero ciclo produttivo, dalla concia alla realizzazione di manufatti in pelle, come LVMH (proprietario del marchio Louis Vuitton) e Kering (proprietario del marchio Gucci). Nella seconda parte dell’articolo mi riferisco alle inchieste-scandalo di PETA condotte nei macelli indonesiani dove si producono pelli esotiche. In uno di essi, operante in particolare per Gucci https://it.fashionnetwork.com/tags-gucci, il gruppo Kering https://it.fashionnetwork.com/tags-kering, si decapiterebbero lucertole a volte ancora vive. Due fornitori di LVMH macellerebbero serpenti ancora coscienti: https://it.fashionnetwork.com/news/Il-lusso-e-il-bersaglio-delle-ultime-inchieste-shock-dell-associazione-peta,1364122.html (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  7. Cfr. Richard Schechner, Magnitudini della performance, a cura di F. Deriu (Roma: Bulzoni, 1999), XX. Occorre specificare che i Performance Studies si sono giovati del contributo di Victor Turner e, in generale, della “svolta performativa” nello studio delle culture altre come della propria, nell’individuare cioè la performance come modalità universale di espressione. Dall’incontro tra Schechner e Turner è nato il paradigma rivoluzionario dei Performance Studies; si veda anche Richard Schechner, Introduzione ai Performance Studies, a cura di D. Tomasello (Bologna: Cue Press, 2018).↩︎

  8. Nel corso dell’ultimo ventennio del Novecento, all’interno degli Animal Sudies, sono emerse due discipline più incentrate sui caratteri descrittivi ed esplicativi — rispetto al connotato precipuamente prescrittivo della bioetica animale — del rapporto uomo-animale: 1) l’antrozoologia, di matrice anglosassone, con un taglio di tipo transdisciplinare; 2) la zooantropologia, che si è sviluppata soprattutto in Italia e in Francia, con una maggiore attenzione epistemologica rispetto al carattere peculiare del rapporto con l’alterità animale.↩︎

  9. Si veda questa ricerca coordinata da 15 organizzazioni europee e 3 asiatiche, http://www.cnms.it/attachments/article/173/UNA_DURA_STORIA_DI_CUOIO_nov2016.pdf (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  10. Si veda il documentario-inchiesta Dark Fashion, il lato oscuro della moda, di Catia Barone e Leonardo Lo Frano, 2020, https://www.raiplay.it/programmi/darkfashion-illatooscurodellamoda (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  11. Si veda Kim Shapiro, “Human-Animal Studies: Remembering the Past, Celebrating the Present, Troubling the Future,” Society & Animals, Vol. 28 (2020), 797–833, https://brill.com/view/journals/soan/28/7/article-p797_6.xml?language=en, (ultima consultazione 25 settembre 2022); Federica Timeto,“La classe zero: introdurre i Critical Animal Studies attraverso quello che non sono,” Liberazioni, Vol. 44 (2021), 35–45, http://www.liberazioni.eu/wp-content/uploads/2022/03/Timeto-lib44.pdf (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  12. Cfr. Marco De Marinis, Capire il teatro. Lineamenti di una nuova teatrologia (Roma: Bulzoni, 2008).↩︎

  13. Steve Best, “Ascesa e caduta dei Critical Animal Studies,” Liberazioni, (2007): 1–51,http://www.liberazioni.eu/wp-content/uploads/2019/10/Best-AscesaECadutaDeiCriticalAnimalStudies.pdf (ultima consultazione 30 settembre 2022).↩︎

  14. Cfr. il corso di Federica Timeto all’Università Ca’ Foscari di Venezia: https://www.unive.it/data/insegnamento/360974, (ultima consultazione 25 settembre 2022), e quello di Gianfranco Mormino presso l’Università Statale di Milano: https://www.unimi.it/it/corsi/insegnamenti-dei-corsi-di-laurea/2022/human-animal-studies (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  15. Best, Ascesa e caduta.↩︎

  16. https://www.essereanimali.org/abbigliamento/piuma-doca/; https://www.greenme.it/lifestyle/moda/piumino-oche-report/ (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  17. https://www.essereanimali.org/2018/07/pratiche-crudeli-allevamenti-intensivi/ (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  18. https://www.essereanimali.org/abbigliamento/lana/ (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  19. https://www.agireora.org/pellicce/ (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  20. Joy, Perché amiamo i cani.↩︎

  21. https://www.veganset.com/joshuakatcher/ (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  22. Joshua Katcher, Fashion Animals (Boston: Vegan Publishers, 2018). In questo lavoro si farà riferimento all’edizione digitale kindle e alle relative posizioni.↩︎

  23. Cfr. Simona Segre-Reinach, Per un vestire gentile. Moda e liberazione animale (Milano: Pearson, 2022).↩︎

  24. Segre-Reinach, Per un vestire gentile.↩︎

  25. John Sorenson, “Ethical fashion and the exploitation of nonhuman animals,” Critical Studies in Fashion and Beauty 2, vol.1–2 (22 December 2011): 139–164, https://www.ingentaconnect.com/contentone/intellect/csfb/2011/00000002/f0020001/art00005 (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  26. Drude-Katrine Plannthin,“Animal Ethics and Welfare in the Fashion and Lifestyle Industries,” in Green Fashion, Enviromental Footprints and Eco- design of Products and Processes, a cura di. S. Muthu, M. Gardetti (Singapore: Springer, 2016); 49–122, https://www.semanticscholar.org/paper/Animal-Ethics-and-Welfare-in-the-Fashion-and-Plannthin/a4c9d0d2fe70bdd3d495f8d11f67846a2eb0aa04 (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  27. Si veda Katcher, Fashion Animals.↩︎

  28. Tom Regan, Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali (Casale Monferrato: Sonda, 2005 [2004]).↩︎

  29. Regan, 164–187.↩︎

  30. Rispetto a questa immagine, della quale non ho il permesso di pubblicazione, rimando al saggio citato di Katcher, Fashion Animals, posizione 133.↩︎

  31. Giovanna Potenza, “I Cappellini dell’Epoca Vittoriana: la Moda che causò una strage di uccelli a livello Globale,” VM Vanilla Magazine (2022), https://www.vanillamagazine.it/i-cappellini-dell-epoca-vittoriana-la-moda-che-causo-una-strage-di-uccelli-a-livello-globale/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  32. Cfr. Katcher, Fashion Animals, posizione 758.↩︎

  33. Faccio riferimento alle stime dell’associazione Agireora: https://www.agireora.org/pellicce/, (ultima consultazione 25 settembre 2022).↩︎

  34. La psicologa Menie Joy si riferisce all’interiorizzazione di certi meccanismi che consentono ai più di distorcere la propria empatia nei confronti degli animali, in particolare: l’oggettivazione, la deindividualizzazione e la dicotomizzazzione. Quindi innanzitutto si usa un linguaggio che consenta di pensare a un essere vivente come a un oggetto (oggettivazione); si tende a pensare agli individui solo nella loro identità di gruppo (deindividualizzazzione) che permette di non considerare i bisogni del singolo; la dicotomizzazione che distingue gli animali in “commestibili” e “non commestibili” in modo assolutamente arbitrario e variabile culturalmente, come l’esempio del cane citato in apertura; Joy, Perchè amiamo i cani, 119–135.↩︎

  35. Carol J. Adams, The Sexual Politics of Meat: A Feminist-Vegetarian Critical Theory (New York: Bloomsbury, 2017 [1990]). Recentemente l’opera è stata tradotta in italiano con il titolo: Carne da macello. La politica sessuale della carne. Una teoria critica femminista vegetariana (Milano: Vanda Edizioni, 2020).↩︎

  36. Carol J. Adams, “Lo stupro degli animali, la macellazione delle donne,” Liberazioni — Rivista di critica antispecista, n.1 (2010), 23–54, 27, http://www.liberazioni.eu/wp-content/uploads/2019/10/Adams-lib01.pdf (ultima consultazione 25 settembre 2022). Questo articolo è la traduzione italiana del cap. 2 del saggio di Adams, The sexual politics of meat, The rape of animals, the butchering of women, 18–43.↩︎

  37. Katcher, Fashion Animals, posizione 645.↩︎

  38. W.J. Thomas Mitchell, “Che cosa vogliono le immagini?,” in Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, a cura di Andrea Pinotti e Antonio Somaini (Milano: Raffaello Cortina Editore, 2009).↩︎

  39. Emilio Maggio, “Cosa vogliono le immagini di animali,” Liberazioni – Rivista di critica antispecista, Vol. 39 (dicembre 2019), 83–88, http://www.liberazioni.eu/wp-content/uploads/2020/12/Maggio-lib39.pdf.↩︎

  40. Maggio, 83.↩︎

  41. Mitchell, 105.↩︎

  42. Adams, The Sexual Politics of Meat.↩︎

  43. John Berger, Perché guardiamo gli animali (Roma: Il Saggiatore, 2016).↩︎

  44. Si veda la domanda posta da Frantz Fanon in Pelle nera maschere bianche (Milano: Marco Tropea Editore, 1996), 8.↩︎

  45. Cfr. Peter Gay Freud, Una vita per i nostri tempi (Milano: Bompiani, 2000), 443.↩︎

  46. Maggio, 86–87.↩︎

  47. Maggio, 87.↩︎

  48. Mitchell, 118.↩︎

  49. Felice Cimatti, Sguardi animali (Milano–Udine: Mimesis, 2018).↩︎

  50. Cimatti, 16.↩︎

  51. Il progetto We Animals raccoglie migliaia di fotografie di Jo-Anne McArthur scattate in più di quaranta Paesi; la fotografa ha contribuito a più di cento campagne antispeciste contro la crudeltà verso gli animali, incluse collaborazioni con Animal Equality, Sea Shepartd, Essere Animali, Jane Goodall Institute. Una raccolta selezionata di foto-denuncia è stata pubblicata in: Jo-Anne McArthur, Noi Animali-We Animals (Pordenone: Safarà Edizioni, 2015) e contiene un archivio doloroso di ritratti di animali in allevamenti, laboratori, circhi, acquari, mercati e anche foto di moda.↩︎

  52. McArthur, We Animals, 88–89.↩︎

  53. Una Chaudhuri, “Animal Geographies. Zooësis and the Space of Modern Drama,” in Performing Nature. Exploration in Ecology and the Arts, a cura di G. Giannachi, N. Stewart, (Pieterlen-Berne: Peter Lang, 2006), 103–104.↩︎

  54. Alice Jardine, Gynesis: Configuration of Woman and Modernity (Ithaca: Cornell University Press, 1985). Mi permetto di rimandare anche a Laura Budriesi, “Performare La Natura: dal dispositivo rappresentazionale al ‘Teatro delle Specie’. Tra pratica e teoria in Donna Haraway, Una Chaudhuri e Marta Cuscunà,” Comunicazioni sociali, 3, (Dicembre 2021): 386–405,https://comunicazionisociali.vitaepensiero.it/scheda-fascicolo_contenitore_digital/autori-vari/comunicazioni-sociali-2021-3-theatres-and-politics-todaylights-and-shadows-of-a-long-relationship-001200_2021_0003-371408.html.↩︎

  55. Katcher, Fashion Animals, posizione 558.↩︎

  56. Cfr. Simona Segre-Reinach, “Animalier. Imitazione, invenzione, metamorfosi,” in Jungle. L’immaginario animale nella moda, a cura di Simona Segre-Reinach (Roma: Drago, 2017), 30–31.↩︎

  57. In anni recenti ci si è vestiti anche di leopardo, cioè con la pelle del leopardo; si pensi alla celebre fotografia di Richard Avedon che mostra — come Katcher — un leopardo vivo e una modella che veste una pelliccia di leopardo, https://hprints.com/en/item/21385/Bernham-Stein-1950-Leopard-Fur-Coat-Richard-Avedon (ultima consultazione 26 settembre 2022); Jackie Kennedy indossava una pelliccia di leopardo nel 1963, secondo la moda statunitense delle cosiddette “fun fur”, anche se di divertente per gli animali non c’era nulla.↩︎

  58. Segre-Reinach, 30–31.↩︎

  59. Katcher, Fashion Animals, ed. kindle posizione 136.↩︎

  60. Marchesini, L’amore per gli animali, 194↩︎

  61. Cfr. Roberto Marchesini, Post-human (Torino: Bollati Boringhieri, 2002) e Id. Il tramonto dell'uomo: la prospettiva post-umanista (Bari: Dedalo, 2009).↩︎

  62. Marchesini, L’amore per gli animali, 57.↩︎

  63. Marchesini, 79.↩︎

  64. Marchesini, 191–192.↩︎

  65. Mircea Eliade, Lo sciamanesimo e le tecniche dell’estasi (Roma: Edizioni Mediterranee, 1991).↩︎

  66. Marchesini, 193.↩︎

  67. Eliade, 119.↩︎

  68. Il vero mutamento rivoluzionario sul tema, con l’affermarsi del concetto di antispecismo, è avvenuto negli anni Sessanta-Settanta del ‘900 e la sua bibbia è stata Animal Liberation di Peter Singer (1975). Forse nulla sarebbe accaduto senza la mediazione dell’Oxford Groupthe Oxford vegetarians, composto da filosofi e studenti interessati a sviluppare una filosofia morale che includesse i non umani. Si vedano Peter Singer, Liberazione animale (Milano: Net, 2009) e Id, “The Oxford Vegetarians - A personal account”. International Journal for the Study of Animal Problems, 3.1 (1982) 6–9.↩︎

  69. https://www.lastampa.it/la-zampa/2018/01/05/news/addio-a-marina-ripa-di-meana-amica-degli-animali-1.33963824/.↩︎

  70. https://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/03_Marzo/24/bardot.shtml (ultima consultazione 26 settembre 2022). Fecero scandalo le immagini girate segretamente dal fondatore di IFAW (International Fund for Animal Welfare) Brian Davis nel 1981 sulle stragi dei cuccioli neonati di foca che avvenivano nel Golfo di San Lorenzo (Canada). A essere colpiti dalle mazze e, successivamente, spesso ancora vivi, da ganci e arpioni erano i cuccioli sopravvissuti alle mutazioni del loro habitat causate dall'uomo. Cuccioli che, nella quasi totalità, non superavano i tre mesi di vita. Il Canada non è il solo Paese coinvolto ancora oggi nella caccia commerciale alle foche che è ancora praticata legalmente in altri quattro Paesi: Namibia, Norvegia, Groenlandia e Russia. Il 5 maggio del 2009, il Parlamento Europeo ha decretato il bando delle pelli e dei prodotti derivanti dalla caccia commerciale alle foche.↩︎

  71. Cfr. Cleveland Amory, Man Kind? Our Incredible War on Wildlife (New York: Harper & Row, 1974) in cui ricorda la sua lotta anti-pellicce.↩︎

  72. Nel 1991 la CEE adottò il Regolamento 3254/91 che proibiva l'uso nella Comunità di tagliole e l'introduzione nella Comunità di pelli e manufatti di alcune specie animali selvatiche originarie di paesi che le catturano per mezzo di “trappole per le gambe” o metodi di cattura che non soddisfano gli standard internazionali di cattura.↩︎

  73. https://www.milanotoday.it/cronaca/rosita-celentano-protesta-animalista-duomo.html (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  74. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/11/26/abbiamo-liberato-beagle-ma-resta-ancora-il.html (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  75. https://it.wikipedia.org/wiki/People_for_the_Ethical_Treatment_of_Animals; una storia delle loro campagne qui: https://www.peta.org/about-peta/milestones/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  76. https://www.iodonna.it/attualita/costume-e-societa/2020/02/06/meglio-nudi-piuttosto-che-in-pelliccia-la-peta-sospende-la-campagna-abbiamo-vinto/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  77. https://blog.truthaboutfur.com/anti-fur-protesters-now-rebels-without-cause/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  78. Si veda l’anno 1994 in: https://www.peta.org/about-peta/milestones/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  79. Si veda l’anno 1994 in: https://www.peta.org/about-peta/milestones/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  80. Si veda l’anno 1997 in: https://www.peta.org/about-peta/milestones/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  81. https://www.essereanimali.org/2018/12/chiusura-allevamento-visoni-fossoli/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  82. https://www.lav.it/visoni/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  83. https://www.essereanimali.org/visoniliberi/allevamenti-visoni-italia/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  84. https://www.lastampa.it/la-zampa/altri-animali/2020/12/09/news/cosi-i-produttori-cinesi-di-pellicce-si-arricchiscono-grazie-alla-chiusura-degli-allevamenti-di-visoni-in-danimarca-e-nel-resto-del-mondo-1.39636426 (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  85. https://www.lav.it/pellicce (ultima consultazione 23 ottobre 2022).↩︎

  86. https://www.essereanimali.org/2020/12/filmata-strage-dei-visoni-allevamento-colpito-dal-covid-19/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  87. Ora la LAV ha dato il via ad alcune campagne di sterilizzazione per evitare la strage delle nutrie: https://www.lav.it/news/sterilizzazione-nutrie-sesto-san-giovanni, (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  88. Katcher, Fashion Animals, posizione 1941.↩︎

  89. Katcher, posizione 1941–1942.↩︎

  90. Metodi brutali sono stati documentati in Cina nel 2020: https://www.kodami.it/pellicce-insanguinate-lorrore-in-una-nuova-investigazione-in-cina/ (ultima consultazione 26 settembre 2022). Si veda anche il report del giornalista Simon Parry che è entrato in un allevamento di pellicce a Guanhu Town in Cina (2005) e ha scritto un rapporto su quello che ha visto, riportato dall’Oipa integralmente e che conferma che in Cina c’è una prosperosa, spaventosa, crudele industria di pellicce di cane e di gatto, molte delle quali spesso etichettata falsamente come pellicce di coniglio prima dell'esportazione verso mercati occidentali, anche in se in Italia è vietato importare pellicce di cane e gatto: https://www.oipa.org/italia/campagne/pellicce_canegatto_parry.htm (ultima consultazione 26 settembre 2022). Il divieto di importazione e il commercio di pelli di cani e gatti nei Pasi UE è formalmente valido dal 2009, quando è entrato in vigore il regolamento 1523/2007; l'Italia ha fatto da 'apripista'.↩︎

  91. https://www.furfreealliance.com/ ultima consultazione 26 settembre 2022.↩︎

  92. https://www.greenme.it/ambiente/rifiuti-e-riciclaggio/concerie-toscana-rifiuti-illegali/ ultima consultazione 26 settembre 2022.↩︎

  93. https://www.peta.org/issues/animals-used-for-clothing/ ultima consultazione 26 settembre 2022.↩︎

  94. https://it.fashionnetwork.com/news/hermes-nella-bufera-a-causa-della-peta,555866.html ultima consultazione 26 settembre 2022.↩︎

  95. https://investigations.peta.org/vietnam-crocodile-skin-farm/ ultima consultazione 26 settembre 2022.↩︎

  96. Traduzione di chi scrive, il testo originale e i video dell’investigazione sono riportati qui: https://investigations.peta.org/vietnam-crocodile-skin-farm/ ultima consultazione 26 settembre 2022.↩︎

  97. Si veda: https://www.peta.org.uk/media/news-releases/la-nuova-scioccante-denuncia-della-peta-rivela-serpenti-gonfiati-a-morte-per-beni-di-lusso/ (ultima consultazione 26 settembre 2022) e la video denuncia qui: https://www.youtube.com/watch?v=Y12Pmv9MA4o (ultima consultazione 26 settembre 2022). Il filmato della PETA Asia mostra la coda di un serpente che si muove durante il rigonfiamento letale, indicando che i pitoni potrebbero essere ancora vivi mentre gli impiegati strappano loro la pelle e li sventrano. La puntata del 3 settembre 2022 di “Indovina chi viene a cena” è dedicata a questo tema: https://www.raiplay.it/video/2022/09/Indovina-chi-viene-a-cena---Cambio-Pelle---03092022-ebf128f1-c116-473e-aafc-b8f3736dc5ea.html (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  98. Si veda anno 2014: https://www.peta.org/about-peta/milestones/ (ultima consultazione 26 settembre 2022), in seguito a una denuncia di PETA, per la prima volta nella storia, sei tosatori di pecore sono stati accusati di almeno 70 atti di crudeltà verso gli animali. L'indagine ha documentato che alcuni lavoratori dell'industria della lana in Australia hanno percosso le pecore, già spaventate e ferite dalla tosatura. In quattro anni, la sistematica crudeltà nei confronti delle pecore da parte dell'industria globale della lana è stata denunciata in dozzine di allevamenti dei quattro continenti. PETA e le sue affiliate internazionali hanno denunciato la crudeltà nei confronti delle pecore utilizzate per la lana in Australia nel 2013, 2015 e 2017. Hanno testimoniato abusi in Wyoming, Colorado e Nebraska nel 2014 e in Utah nel 2017. Hanno rivelato le sofferenze inflitte alle pecore in Argentina nel 2015 e in Cile nel 2016; hanno denunciato atti di crudeltà nel Regno Unito nel 2018. Si veda qui una video-denuncia: https://investigations.peta.org/lambs-wool-australia-mulesing/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  99. Si veda: https://investigations.peta.org/cashmere-cruelty-china-mongolia/ (ultima consultazione 26 settembre 2022). Il video mostra capre che urlano di dolore e paura mentre i lavoratori strappano loro la lana. Successivamente vengono sgozzate nei macelli e vengono lasciate morire dopo lunga agonia. Le capre hanno sofferto in ogni unità di produzione in Cina e Mongolia, visitate dai testimoni oculari inviati da Peta.↩︎

  100. Si veda anno 2018: https://www.peta.org/about-peta/milestones/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  101. https://animalequality.it/blog/conigli-torturati-cina-hm-blocca-la-produzione-con-capi-di-angora/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  102. https://www.peta.org.uk/media/news-releases/la-prima-denuncia-sulla-lana-dalpaca-gli-operai-legano-distendono-e-tagliano-gli-animali-facendoli-vomitare/ (ultima consultazione 26 settembre 2022); il video è visibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=Pp82RYaxc_c (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  103. https://www.peta.org/issues/animals-used-for-clothing/fur/fur-farms/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  104. https://www.agi.it/estero/peta_torna_allattacco_dello_spiumaggio_delle_oche_vive-805158/news/2016-05-26/ (ultima consultazione 26 settembre 2022); a questo tema è dedicata anche un’inchiesta della trasmissione televisa Report condotta da Sabrina Giannini in Ungheria: https://www.raiplay.it/video/2014/11/La-crudelta-dentro-un-piumino-8271a96b-fb91-43ae-80e2-acaec77d0fdd.html (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  105. https://www.lav.it/news/canguri-dossier-csr-bocconi; https://www.lav.it/campagne/salvacanguri (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  106. https://www.lindipendente.online/2022/09/26/basta-massacri-di-canguri-la-protesta-contro-i-marchi-della-moda-alla-fashion-week/ (ultima consultazione 26 settembre 2022); Il sito dell’associazione Iene vegane: https://ienevegane.org (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  107. Esso è suddiviso in 4 livelli consequenziali: V sostituzione della “pelliccia animale”, VV “piuma”, VVV “pelle”, VVV+ “lana, seta e altri filati”, si veda: https://www.lav.it/aree-di-intervento/pellicce/animal-free-fashion (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  108. Si vedano tutti i marchi del progetto, http://www.animalfree.info/marchi.html (ultima consultazione 26 settembre 2022), ad esempio, Armani ha rinunciato alle pellicce e all’angora, Gucci all’angora, al canguro e alle pellicce.↩︎

  109. Laura Budriesi, “Artivismo tra smart mob e teatro paesaggio,” Connessioni remote, 2 (2021): 290–323, 2021, https://riviste.unimi.it/index.php/connessioniremote/article/view/15257; Ead. “The Performative Dimension of Anti-Speciesism’ Activism: EssereAnimali and Anonymous for the Voiceless,”in Eastap Journal 4, 2022, https://journal.eastap.com/eastap-issue-4-2/.↩︎

  110. https://www.harpersbazaar.com/it/cultura/opinioni/a34818502/act-up-larry-kramer-aids-storia/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  111. Ora PETA si concentra sul mercato di cuoio, lana e pelli esotiche: https://www.nelcuore.org/?p=45324 (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  112. Si veda anno 1992: https://www.peta.org/about-peta/milestones/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  113. Quelle usate nelle manifestazioni a cui ho preso parte direttamente erano state donate da persone che avevano deciso di non indossarle più. Si vedano anche quelle donate ai senzatetto: https://www.peta.org.uk/media/news-releases/photos-fur-coats-donated-manchesters-homeless/ (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  114. Si veda la disanima del sociologo Howard Rheingold, Smart mobs. Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura (Milano: Raffaello Cortina, 2003).↩︎

  115. http://www.diamocilazampa.it/Feste/foto_manifestazionepellicce08.php (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  116. Benedetta Piazzesi, Stefano Belacchi, Un incontro mancato. Sul fotoreportage animalista (Milano-Udine: Mimesis, 2017). L’autrice, commentando le immagini tratte dalle investigazioni animaliste di Stefano Belacchi, si avvale di alcune delle più significative riflessioni filosofiche sulla fotografia: si vedano Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia (Torino: Einaudi, 2003); Georges Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto (Milano: Raffaello Cortina, 2015); Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società (Torino: Einaudi, 2004); Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone (Torino: Bollati Boringhieri, 1998).↩︎

  117. Si veda John Berger, Perché guardiamo gli animali. Dodici inviti a scoprire l’uomo attraverso le altre specie viventi (Milano: Il Saggiatore, 2016) e Id., Sul guardare (Milano: Il Saggiatore, 2017).↩︎

  118. Cfr. Peggy Phelan, Unmarked. The politics of performance (New York, Routledge, 1993), 150.↩︎

  119. Cfr. Donna Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo (Milano: Feltrinelli, 2018)↩︎

  120. https://www.bresciatoday.it/cronaca/occupy-green-hill-manifestazione-16-maggio-2012.html (ultima consultazione 27 settembre 2022).↩︎

  121. https://www.lav.it/aree-di-intervento/vivisezione/i-beagle-di-green-hill (ultima consultazione 27 settembre 2022).↩︎

  122. https://www.youtube.com/watch?v=NUZrZQk6jaM (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  123. Vedi articolo e video della performance qui: https://www.ilsecoloxix.it/cultura-e-spettacoli/2015/07/02/news/la-modella-e-un-coccodrillo-animalisti-contro-hermes-1.31681029 (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  124. https://www.ilgiornale.it/news/cronache/borse-pelle-coccodrillo-herm-s-cede-agli-animalisti-li-uccid-1169750.html (ultima consultazione 26 settembre 2022).↩︎

  125. Marco De Marinis, Il teatro dopo l’età dell’oro. Novecento e oltre (Roma: Bulzoni, 2013), 59.↩︎

  126. De Marinis, 62.↩︎

  127. Stephen Duncombe, Dream: Reimagining Progressive Politics in an Age of Fantasy (London: The New Press, 2007), 124.↩︎

  128. Paul Routledge, “Sensuous Solidarities: Emotion, Politics and Performance in the Clandestine Insurgent Rebel Clown Army,” Antipode, vol. 44, 2 (2011), 428–52.↩︎

  129. Richard Schechner, “The street is the stage,” in Id., The future of rituals. Writings on Culture and Performance (London–New York: Routledge, 1993), 197–207, 197.↩︎

  130. Michail Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale (Torino: Einaudi, 1979), 239.↩︎

  131. Le sue collezioni sono completamente cruelty-free, evitano cioè qualsiasi prodotto derivante da animali; gli accessori sono realizzati in pelle vegana, le pellicce e le piume risultano completamente ecologiche. ↩︎

  132. https://www.theguardian.com/fashion/2020/mar/02/stella-mccartney-paris-fashion-week-goes-wild-animal-friendly-message (ultima consultazione 27 settembre 2022).↩︎