ZoneModa Journal. Vol.10 n.1 (2020)
ISSN 2611-0563

Fra progetto e partecipazione. Intervista con Laura Marcolini (Studio Azzurro)

Giulia CaffaroUniversità di Bologna (Italy)

Pubblicato: 2020-07-29

Intervista realizzata con Laura Marcolini, che collabora alla scrittura e alla direzione artistica dei progetti di Studio Azzurro. Fondato nel 1982 da Fabio Cirifino, Paolo Rosa e Leonardo Sangiorgi, il collettivo ha esplorato nel corso degli anni – e continua a farlo – le possibilità poetiche ed espressive dei nuovi linguaggi tecnologici. A loro si aggiunse, dal 1995 al 2011, Stefano Roveda, esperto di sistemi interattivi.
Oggi Studio Azzurro ha sede presso la Fabbrica del Vapore di Milano.1

Domanda L’anima di Studio Azzurro è formata da molte persone differenti che negli anni, per brevi o lunghi periodi, hanno contribuito con le proprie professionalità e sensibilità a costruire un’atmosfera creativa unitaria. Quale progetto rappresenta meglio, a tuo avviso, la natura eterogenea e il carattere multidisciplinare dello studio?

Risposta Sono tanti i progetti in cui emergono questi aspetti, ma Sensible map (Casablanca, 2008) certamente li riassume al meglio. Si è trattato di un laboratorio sperimentale realizzato in Marocco, che prevedeva un workshop con giovani artisti e una restituzione al pubblico. Lo Studio decise di sviluppare un progetto che stava elaborando e che prevedeva una sorta di immersione nella popolazione locale in cerca di racconti inattesi e personali della città. Il risultato fu un ambiente, in cui le persone incontrate si vedevano proiettate in scala reale su una lunga parete sensibile. Nella proiezione gli abitanti di Casablanca passeggiano indisturbati lungo un muro della città, il visitatore può interpellarli con un semplice tocco, essi si voltano e raccontano una breve storia relativa a un luogo della città. L’insieme di questi racconti permette di disegnare una ‘mappa sensibile’ della città, una mappa che cambia per ogni visitatore a seconda di chi viene interpellato.
Le radici di questo modo di lavorare affondano nelle esperienze degli anni Settanta e si definiscono in modo nuovo negli anni Novanta, in progetti come Ultima forma di libertà, il silenzio (Gibellina, 1993), spettacolo che aveva come scena fissa l’immenso Cretto di Burri, in cui si incuneava una parete di monitor spezzata in due. Questa grande immagine-spaccatura evocava le memorie di Gibellina e i volti dei suoi cittadini, protagonisti di un racconto affidato a Moni Ovadia a partire da un testo di Ghiannis Ritsos.
Studio Azzurro ha continuato ad approfondire questa modalità di coinvolgimento anche grazie alle prime esperienze maturate in ambito museale. In questo quadro Sensible map può essere considerato un momento di passaggio importante. Da esperimento, quel workshop è diventato un metodo e un ‘format’ tutt’ora praticato, che abbiamo chiamato ‘portatori di storie’.2
Da questo progetto emerge bene la natura eterogenea e multidisciplinare dello Studio. Il gruppo di lavoro infatti comprendeva anche gli sviluppatori software e chi avrebbe curato la postproduzione video, figure importanti che collaborano a quel momento fondamentale in cui ci si confronta con i limiti concreti di un progetto che possono rivelarsi ostacoli veri o… apparenti. E non è forse un caso che le figure più importanti dedite allo sviluppo dei sistemi tecnologici e interattivi siano state sempre persone che hanno compiuto studi umanistici per poi dotarsi in seguito di una formazione tecnica!

Figura 1: Studio Azzurro, Sensible map, portatori di storie, ambiente sensibile, Casablanca, 2008
Figura 2: Studio Azzurro, Ultima forma di libertà, il silenzio, spettacolo,
XII Edizione Orestiadi, Gibellina Vecchia, 1993

D Prendiamo il progetto Sensitive city, realizzato per il Padiglione Italia all’Expo di Shanghai nel 2010. Qual è il rapporto delle vostre opere con la città che le ospita?

R Questa domanda solleva una contraddizione che ci sta molto a cuore. Sarebbe bello e auspicabile che gli ambienti sensibili fossero sempre presentati nelle città dove vengono realizzati. Nel caso di Sensitive city (Shanghai, 2010), questo non è accaduto. Quel lavoro, evoluzione di Sensible map, raccontava un certo tipo di città italiana che non è la città ideale, non è la smart city, non è la città progettata in modo astratto, ma è la città delle persone, cresciuta dal vissuto dei suoi abitanti. Il progetto aveva riscosso un grande successo a Shanghai, ma non è poi stato restituito in alcun modo alle città e alle persone che hanno donato quei racconti. C’è dell’amarezza in queste mancate restituzioni che, nonostante i nostri ripetuti sforzi, difficilmente vengono rese possibili.
Tutt’altre sono le condizioni che si creano quando la richiesta di un progetto arriva direttamente da un territorio o da una comunità. Allora si innesca un circolo virtuoso. Così è accaduto per il Museo Audiovisivo della Resistenza (Fosdinovo, 2000), ma anche per molti dei ‘portatori di storie’, tra i quali Estrella del Desierto (Antofagasta, 2011), progetto per il quale lavorammo con la fondazione della Minera Escondida in Cile. Nel primo caso fu il sindaco di Fosdinovo a rivolgersi a noi, chiedendo espressamente un progetto che non esponesse i cimeli della Resistenza ma porgesse le storie di chi ancora poteva raccontare un’esperienza diretta: una svolta fondamentale nella concezione di ‘museo’, una sorta di ritorno al suo significato originario di luogo vivo di condivisione dei racconti e della cultura, di incontro tra generazioni. Anche Estrella del desierto vide un percorso simile. La Fondazione legata alla Minera voleva realizzare un’opera che valorizzasse le vite e le esperienze dei lavoratori, e con esse il mondo contraddittorio che si crea intorno a questa attività. L’opera si inserisce nella serie dei ‘portatori di storie’ ed è rimasta esposta per alcuni mesi nel suo territorio, come è accaduto anche con The Forth Ladder (Santa Fè, 2008), nel Nuovo Messico.

Figura 3: Studio Azzurro, Sensitive city, portatori di storie, ambiente sensibile,
Padiglione Italia, EXPO, Shanghai, 2010